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25/01/09

Obama tende la mano all'Islam (ma non è che Bush gliel'abbia mai negata)

Una mia amica italiana, all'indomani dell'11 Settembre 2001, rimase sconvolta dalla reazione americana. Ma come, mi disse, io pensavo che Bush avrebbe chiamato Bin Laden per negoziare e invece quello ha invaso l'Afghanistan (dopo l'Iraq l'amica mi tolse per un po' anche il saluto)...


Ora immagino che la mia amica, dopo 'l'apertura di Obama all'Islam', come hanno titolato molti giornali dopo l'insediamento del nuovo presidente americano, sarà un po' più tranquilla. E con lei tutti i paladini del volemose bene, secondo i quali se uno ti attacca, non solo non devi rispondere, ma devi anche sottoporti a lunghe e dolorose sedute di autoanalisi per domandarti come mai ti hanno attaccato. Perché alla fine, gira che ti rigira, se uno ti attacca è perché tu gli hai fatto qualcosa no? Citare esempi storici di un certo rilievo, come ad esempio l'invasione nazista della Polonia, serve a poco in questi casi.


Un'altra mia amica, americana, attivista democratica, insieme alla quale ho assistito al giuramento di Obama come 44esimo presidente, auspica addirittura che il Congresso apra una commissione di inchiesta per processare 'Bush e la sua cricca' per i crimini di cui si sono macchiati negli ultimi otto anni.

Il Bene contro il Male, quindi. La visione per così dire manichea, tanto a lungo rimproverata al presidente uscente Bush nella 'sua' Guerra al Terrorismo, stavolta viene applicata per commentare il passaggio di consegne tra l'amministrazione dei Cattivi e quella dei Buoni.


Per inciso, uno dei primi gesti simbolici del presidente 'cattivo', dopo gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono, fu di visitare una moschea, tanto a ribadire che non era che 'noi' ce l'avevamo con 'loro', ma che una piccola parte di 'loro', semmai, ce l'aveva con 'noi' e che comunque dovevamo 'tutti' assolutamente evitare di iniziare a dividerci ed eventualmente a scannarci in base a criteri di appartenenza religiosa e culturale. Di quel gesto pochi si ricordano, ovviamente, preferendo esaltare la famosa gaffe della 'crociata'. E vabbé.


Direi che per una volta la posizione più pragmatica ce l'hanno avuta quelle poche centinaia di irriducibili alfieri della libertà che animano alcuni centri sociali italiani, che durante le manifestazioni pro Hamas che si svolgevano nelle nostre città, mentre ancora infuriava la battaglia di Gaza, maledicevano in egual modo Bush e Obama. Oltre, ovviamente, lo Stato di Israele.

Altrettanto pragmatismo lo ha dimostrato quella parte di Islam, certo assai minoritaria, ma decisamente irriducibile alla quale Bush, fottendosene degli auspici della mia amica italiana (e di parecchie anime belle come lei sparse per il mondo), si è ostinato in questi anni a fare la guerra. I messaggi via Internet di Al Qaeda o quelli della leadership di Hamas, all'indomani dell'insediamento del nuovo presidente, lasciano poco spazio alle buone intenzioni. Obama è come Bush, vale a dire un nemico. Questo il senso.

Una posizione lievemente più articolata e quindi più interessante l'hanno invece assunta alcuni gruppi fondamentalisti pakistani, che periodicamente mi inviano le loro newsletter. L'animatore di questi gruppi, tale Kaukab Siddique,
ha accolto molto positivamente il discorso inaugurale di Obama, titolando il suo commento: 'Al contrario di Bush parla senza arroganza, tratta i musulmani da pari, ma minaccia Al Qaeda'.

Nel testo si legge che Obama è stato reso possibile dallo sforzo islamico, poiché se Bush avesse vinto le sue guerre, non ci sarebbe stato nessun Obama. Quindi, è grazie alla resistenza islamica in Afghanistan, in Iraq, in Palestina e in ogni angolo del mondo dove l'imperialismo americano e sionista hanno tentato di affondare i loro stivali se oggi gli Stati Uniti e il mondo hanno un presidente 'buono' che ha sostituito uno 'cattivo'.

Certo, conclude Siddique, c'è ancora quella minaccia che Obama (senza citarla esplicitamente) ha rivolto ad Al Qaeda, l'organizzazione che più di ogni altra, in questi anni, ha resistito strenuamente all'imperialismo di Bush e ci sono ancora tutti quei dannati sionisti al fianco del nuovo presidente, che rischiano di comprometterne l'azione riformatrice, magari suggerendogli che Hamas è un'organizzazione terroristica. E ci sono poi personaggi come il generale Petraeus che vogliono convincerlo che la guerra in Afghanistan può essere vinta, ma per il momento godiamoci almeno la speranza.


Uno si immagina che in un Paese isterico e tendente al fascismo come l'America di Bush, minato nei suoi valori fondamentali dall'odioso Patriot Act, uno come Siddique, invece di mandare newsletter in giro per il mondo, se ne stia rinchiuso a Guantanamo a subire violenze e umiliazioni degne di un gulag sovietico. E invece, guarda un po', se ne è sempre stato a Kingsville, nel Maryland, a insegnare ai suoi studenti, a editare e spedire in giro per il mondo il suo newtrendmag.org,
'The Biggest Islamic web site in the USA'.

22/01/09

Taliban Fill NATO’s Big Gaps in Afghan South


The New York Times

January 22, 2009

By Dexter Filkins

TSAPOWZAI, Afghanistan — The Taliban are everywhere the soldiers are not, the saying goes in the southern part of the country.

And that is a lot of places.

For starters, there is the 550 miles of border with Pakistan, where the Taliban’s busiest infiltration routes lie.

“We’re not there,” said Brig. Gen. John W. Nicholson, the deputy commander of NATO forces in southern Afghanistan. “The borders are wide open.”

Then there is the 100-mile stretch of Helmand River running south from the town of Garmser, where the Taliban and their money crop, poppy, bloom in isolation.

“No one,” General Nicholson said, pointing to the area on the map.

Then there is Nimroz Province, all of it, which borders Iran. No troops there. And the Ghorak district northwest of Kandahar, which officers refer to as the “jet stream” for the Taliban fighters who flow through.

Ditto the districts of Shah Wali Kot, Kharkrez and Nesh, where the presence of NATO troops is minimal or nil.

“We don’t have enough forces to secure the population,” General Nicholson said.

The general is going to get a lot more troops very soon. American commanders in southern Afghanistan have been told to make plans to accept nearly all of the 20,000 to 30,000 additional troops that the Obama administration has agreed to deploy.

The influx promises to significantly reshape the environment of southern Afghanistan, the birthplace of the Taliban. The region now produces an estimated 90 percent of the world’s opium, which bankrolls the Taliban.

While the American-led coalition holds the cities and highways, it appears to have ceded much of the countryside to the Taliban, because it lacks sufficient forces to confront them.

A force of about 20,000 American, British, Canadian and Dutch soldiers have been trying for years to secure the 78,000 square miles of villages, cities, mountains and deserts that make up southern Afghanistan. The region is one of the two centers of the Taliban insurgency, which has made a remarkable resurgence since being booted from power in November 2001.

The other center is in the eastern mountains, where 22,500 American troops are battling a multiheaded enemy, which includes Al Qaeda. Its operational center is based in the tribal areas of Pakistan.

Here in southern Afghanistan, the insurgency is homegrown and self-sustaining. The home village of the Taliban leader, Mullah Mohammad Omar, is 30 miles from here. Poppy fields, now fallow in winter, dot the countryside here and in neighboring Helmand Province. The United Nations estimates that the opium trade provides the Taliban with about $300 million a year.

American commanders say the open borders allow the opium to move unimpeded into Pakistan and other places, and for weapons and other supplies to flow in. Five of the six busiest Taliban infiltration routes are in the south, American officers said.

“Drugs out,” one American officer said, “guns in.”

The commanders here call the current situation “stalemate,” meaning they can hold what they have but cannot do much else. Of the 20,000 British, American and other troops here, only roughly 300 — a group of British Royal Marines — can be moved around the region to strike the Taliban. All the other units must stay where they are, lest the area they hold slip from their grasp.

It is perhaps in Kandahar, one of the provincial capitals, where the lack of troops is most evident. About 3,000 Canadian soldiers are assigned to secure the city, home to about 500,000 people. In a recent visit, this reporter traveled the city for five days and did not see a single Canadian soldier on the streets.

The lack of troops has allowed the Taliban to mount significant attacks inside the city. Two clerics who joined a pro-government advisory council, for instance, have been gunned down in the past two months, bringing the total assassinated council members to 24. Over the summer, a Taliban force invaded Kandahar and stormed its main prison, freeing more than 1,200 inmates.

But whether extra troops will have the desired impact is unclear. Adding 20,000 new troops to the 20,000 Western soldiers already here — in addition to an equal number of Afghan policemen and army personnel — would bring the total to 60,000. The six provinces that make up southern Afghanistan have a population of 3.2 million. In that case, the ratio of troops to population would just match that recommended by the United States Army’s counterinsurgency manual: 50 people per soldier or police officer.

American commanders say the extra troops will better enable them to pursue a more sophisticated campaign against the insurgents; the overriding objective, rather than killing Taliban fighters, is to provide security for the civilian population and thereby isolate the insurgents.

Even so, many of the Western troops already here are not deployed among the population. And Afghanistan, with its predominantly rural population living in mostly small villages, presents unique challenges.

Across much of the countryside, the Taliban appear to hold the upper hand, not necessarily because they are popular, but because they are unopposed. Hediatullah Hediat, for instance, is a businessman from Musa Qala, a city in Helmand Province that was occupied by the Taliban for much of 2007 until the insurgents were expelled by British troops at the end of that year. (The British have about 8,000 troops in Helmand Province.) The British, Mr. Hediat said, control the center of Musa Qala and nothing more.

“The Taliban are everywhere,” Mr. Hediat said in an interview in Kandahar, where he had come for business. “The Taliban are so near to the city that you can see them from the city itself. The British can see them. They can see each other.”

Mr. Hediat said he had no great gripes with the British soldiers who were occupying the town — for one thing, he said, they do not raid houses and peer at the women. But the biggest complaint, he said, was the Afghan the British installed as the district governor, Mullah Salam. The governor is unpopular and corrupt, demanding bribes and tributes from anyone who needs something.

“This is why people hate the British, because they put Mullah Salam in power, and they keep him there,” he said.

In the mud-brick villages that line the Arghandab River, winning over the people is no easy job. The Taliban are here, in the villages; earlier this month, a suicide bomber killed two American soldiers and nine Afghans in the Maiwand bazaar. But the Taliban are mostly invisible.

On a recent foot patrol through the village of Tsapowzai, about thirty miles west of Kandahar, a platoon of American soldiers ventured inside and found empty streets. It was a sunny day. A pair of Afghans stared at them from a wheat field, and neither of them waved. No one stepped from his house to say hello.

“Where’s everybody at, Jimmy?” Lt. Brian James asked a comrade.

“Don’t know,” Lt. James Holloway replied.

Finally, the soldiers came across three Afghan men. They were sitting on a blanket and listening to music on a radio. What followed seemed, more than anything, a game.

“So, seen any Taliban lately?” Lieutenant Holloway asked the men.

“We haven’t seen the Taliban in eight months,” a man named Niamatullah said, looking up.

“Do you ever see anyone moving through here at night?” Lieutenant Holloway asked.

“We don’t go outside at night,” said Mr. Niamatullah, who, like many Afghans, uses one name. “When we do, you guys search us and hold us for hours. And you never find anything.”

Lieutenant Holloway shook his head.

“The last person we stopped in this village, we held for 20 minutes,” the lieutenant said. “We never detain anyone.”

“We are afraid of you,” Mr. Niamatullah said.

“Is there a Taliban curfew?” Lieutenant Holloway asked.

“Only a man with a white shawl is allowed outside at night,” Mr. Niamatullah said.

“A white shawl?” Lieutenant Holloway squinted.

Mr. Niamatullah did not offer to explain.

“But he has no gun, so you cannot detain him.”

After several minutes, Lieutenant Holloway gave up.

“Everybody knows something,” Lieutenant Holloway said, walking away, “But no one tells us anything.”

http://www.nytimes.com/2009/01/22/world/asia/22taliban.html?hp

21/01/09

Time has come for us to pause

Jorma Kaukonen - Genesis

17/01/09

Annozero, la guerra e la TV, la luna e il dito

Solo in un paese che ha perso il senso di sé, perennemente intento a guardarsi l'ombelico, la rappresentazione (deformata e grottesca) di un evento suscita più interesse dell'evento stesso e lo sopravanza nella impaginazione dei giornali e nei sommari dei TG. Questo, per certi versi, dà quasi più fastidio di quanto abbiamo visto in televisione giovedì sera.

La rissa Annunziata-Santoro ad Annozero è stata brutta e volgare, soprattutto perché ha spinto sullo sfondo la tragedia della guerra, le sofferenze dei civili di Gaza e quelle dei civili israeliani , costringendo le telecamere a zoomare sui volti incattiviti dei due protagonisti.

Tanto sfacciato protagonismo, di fronte a paure, dolori, emozioni così grandi, fa veramente ribrezzo. Tanto per dirne una, di Dexter Filkins del New York Times, oggi forse il miglior reporter di guerra in circolazione, pochi conoscono il volto. Eppure, molte delle cose raccontate sull'Afghanistan, l'Iraq, il Medio Oriente, di cui poi si discute (spesso a sproposito) negli esaltati talk show televisivi, le ha raccontate lui per primo. Lo stesso dicasi per alcuni dei migliori inviati di guerra italiani.

La puntata di Annozero su Gaza era una autentica porcheria. I motivi per cui lo era erano tanti e nemmeno vale la pena stare qui a ricordarli ed elencarli. Cadrei nella solita rissa da bar tra chi ritiene Michele Santoro il depositario di tutte le verità negate d'Italia e del mondo e chi lo ritiene invece il peggiore esempio di disinfomazione possibile. Finché ci saranno queste risse, Santoro continuerà ad essere sicuramente il titolare di un cospicuo conto in banca.

Insomma, chissenefrega. Nel senso che per quanto mi riguarda, se un programma non mi piace, cambio canale. Punto. Non sto a perdere tempo, a indignarmi e nemmeno a chiedere che il tale conduttore venga riportato all'ordine o rimosso. E nemmeno vale il ragionamento per cui trattandosi di un programma Rai, quindi del servizio pubblico, ci sono degli obblighi ben precisi, ecc ecc. Il problema, semmai, non è rimuovere Santoro, ma proporre programmi che sappiano raccontare e spiegare i fatti con maggiore rigore e altrettanto successo.

Lì per lì, nella concitazione della diretta, ho fatto anche io l'errore che si fa allo stadio, quando ci si alza in piedi e si urla, "Rigore!". Eppoi, riguardando la moviola, si scopre che poi così rigore non era e l'arbitro in fondo non era così cornuto. Che insomma, forse il nostro giocatore s'è buttato apposta.

Quello che voglio dire è che se mi invitassero al Manifesto per un dibattito, non passerei il tempo che mi è concesso a dire, "ragazzi, ma che giornale di merda che fate, ma che titoli...". Tenterei di esporre le mie idee. Altrimenti, me ne starei a casa.

Idem per Annozero, la cui formula giornalistica è nota da anni. Intervenire due volte (su tre) per dire che la trasmissione è sbagliata, faziosa, ecc. come ha fatto la Annunziata, non ha impedito alla trasmissione stessa di proseguire sui binari della faziosità, ma l'ha trasformata in una ancora più fastidiosa rissa tra prime donne stanche e incarognite. La guerra, poteva aspettare.

14/01/09

Small talk on war days

Nel ristorante sotto la redazione lavora da anni un cameriere egiziano. E' una brava persona, sempre sorridente, e sa fare bene il suo lavoro, che è un lavoro difficile e con il quale anche io, tanti anni fa, mentre studiavo o in attesa di tempi migliori, mi sono guadagnato da vivere. Ci salutiamo sempre cordialmente ogni volta che passo lì davanti e lo vedo intento a lavorare ai tavoli e, ovviamente, ogni volta che vado a mangiare in quel ristorante.

In questi anni ho visto cambiare in quel posto almeno due dozzine di camerieri. Molti si improvvisano, non sanno fare quel mestiere e non hanno nemmeno grande voglia di impararlo. Il proprietario, che è un mio amico, li prova per un po' e poi passa ad altro. Lui, invece, il cameriere egiziano, nonostante le difficoltà iniziali (la lingua, ecc.) ha imparato bene ed è rimasto, apprezzato da tutti i clienti del ristorante.

Durante le feste, una mattina ho portato un po' a spasso mia figlia, che ha dieci anni. A pranzo siamo andati lì, sotto la redazione e il cameriere egiziano è stato veramente molto carino con lei e mi ha fatto i complimenti per quanto è bella, eccetera. Si preoccupava che non mangiasse abbastanza, il che è vero, essendo mia figlia, come molti bambini, un po' difficile a tavola. Quando ce ne siamo andati l'ha abbracciata e baciata su una guancia e la cosa mi ha fatto molto piacere.

Un paio di giorni fa sono andato a pranzo in quel ristorante e mi ha servito lui, il cameriere egiziano. Ero da solo, mentre aspettavo ciò che avevo ordinato, leggevo il giornale, le notizie da Gaza. Lui mi ha visto e - per la prima volta in diversi anni che vado lì - ha iniziato a commentare con me un fatto di attualità. Finora, le conversazioni, per quanto cordiali, avevano sempre e solo toccato argomenti generici, come il tempo, i prezzi che aumentano, il traffico, le difficoltà del lavoro, ciò che avevo visto e conoscevo del suo paese, ecc.

Hai visto cosa sta succedendo a Gaza, mi ha detto con aria seria e scuotendo la testa, i bambini... le donne... Io ho risposto di sì. E' tutta colpa di Israele, ha continuato. E poi, vedendo che rimanevo in silenzio, ha tentato di spiegarmi perché era per lui colpa di Israele e di chi altro era colpa. La colpa, per il mio amico egiziano, era anche dei tedeschi che aiutavano Israele per cancellare quello che avevano fatto agli ebrei in Europa e degli inglesi, che aiutavano Israele per cancellare il fatto , secondo lui, di essersi voltati dall'altra parte mentre i tedeschi facevano delle brutte cose agli ebrei nel resto d'Europa. Stranamente, non ha nominato gli americani.

Io rimanevo in silenzio, non volevo replicare alla sua visione delle cose, non volevo imbarazzarlo e non volevo nemmeno infilarmi in una conversazione che pensavo non avrebbe avuto molto senso.

Credo che abbia capito come la pensavo su Gaza, solamente quando ha tentato di dirmi, ma poi si è fermato, lo sai cosa è successo in Europa no? Sì, gli ho detto, lo so. E allora si è fermato, un po' imbarazzato e un po' perplesso e anche io ero un po' in imbarazzo e un po' perplesso. Poi se ne è andato a servire altri tavoli e io ho ripreso a leggere il mio giornale. Durante il resto del pranzo è stato come al solito gentile, ma un pezzo della sua consueta cordialità, grande o piccolo non so ancora dirlo, se n'era andato.

Forse, la prossima volta, cercherò di affrontare la discussione e vedere dove ci porta.

12/01/09

Il mondo che c'è

In questi giorni di guerra si attivano quegli strani meccanismi psicologici di massa che scattano in occasione di eventi grandi, in questo caso tragici. Poco serve qui ricordare perché e a causa di chi si combatte, non è questo il punto. Il punto è che si vuole partecipare in qualche modo, si vuole dire la propria, in qualche caso nella speranza, se non nell'illusione che il proprio 'esserci', sia pure a distanza, sia pure nei modi che ci sono possibili, sia pure in maniera spesso inconsapevole degli eventi, percepiti attraverso la loro rappresentazione parziale (non nel senso di parte, ma nel senso di incompleta), possa determinare in qualche modo il corso degli eventi stessi, segnarli con la propria 'presenza' e non limitarsi a rimanerne spettatori passivi.

Non sono abbastanza stronzo da giudicare la genuinità dei sentimenti altrui, siano essi vicini o lontani dai miei. E con questo non voglio nemmeno avallare quell'atteggiamento di cosiddetta equidistanza (o equivicinanza) morale che in molti casi è solo l'anticamera dell'ennesima condanna di uno e dell'ennesima assoluzione dell'altro. Ma, ripeto, non è questo il punto, stabilire chi ha torto e chi ha ragione, ecc. ecc.

Guardiamo le immagini di guerra e dolore alla TV, alcuni di noi sono stati testimoni di immagini simili, in alcuni casi negli stessi luoghi, al di qua e al di là del confine. "Padre, perché i bambini muoiono?". La domanda senza risposta fatta da Ivan Karamazov, per me, in questo caso, una risposta ce l’ha. Ma questo non mi lava la coscienza e il cuore da ciò che vedo e so, naturalmente. Aiuta a sopravvivere, al più.

Il punto, però, ripeto ancora una volta, non è questo. Il punto è, dicevo, che si vuole partecipare e tutto questo va bene, anzi è giusto. Ma la cosa che proprio non mi va giù, in tutto questo, sono quelli che dicono e scrivono cose tipo, il mondo è uno schifo, gli uomini sono bestie, è tutto una merda, per gli interessi di pochi si scatenano tragedie, mi vergogno, ecc. ecc.

La rappresentazione grafica di questo atteggiamento è la foto, ormai un classico, che riprende di spalle il bambino palestinese e il bambino ebreo, abbracciati. Un altro mondo possibile, calpestato dalla brutalità della guerra. Voglio escludere qualsiasi retropensiero nell'impiego di quella foto. Nel senso che per alcuni quel mondo, prima del 1948, può essere non solo stato possibile, ma reale. Prima, cioè, della nascita di Israele. Ma non arrivo a pensare con tanta malizia.

Quello che mi preme dire, in un contesto più generale, è che per me il mondo, per quanto schifo possa farci quello che vediamo e percepiamo, non è mai stato migliore di quello attuale. Non c'è un'Arcadia alla quale tornare, non c'è un Eden terreno al quale bussare e chiedere con permesso di essere riammessi. Non ha senso, insomma, domandarsi se questo mondo faccia schifo o se sia il miglior mondo possibile, perché questo è l'unico mondo che c'è e qui bisogna stare. Non c'è un altro luogo. E l'unica cosa che possiamo fare, per quel che mi riguarda, è starci dentro da uomini vivi e liberi e se proprio ci teniamo a cambiarlo questo mondo, bisogna avere il coraggio di dire che la foto dei due bambini è una gran stronzata perché, ammesso che sia vera, l'unico posto dove può essere stata scattata è Israele. Al di là del confine, uno dei due bambini, il bambino ebreo, sarebbe con molta probabilità stato ucciso prima ancora di scattare la foto.

 
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