Il mondo che c'è
In questi giorni di guerra si attivano quegli strani meccanismi psicologici di massa che scattano in occasione di eventi grandi, in questo caso tragici. Poco serve qui ricordare perché e a causa di chi si combatte, non è questo il punto. Il punto è che si vuole partecipare in qualche modo, si vuole dire la propria, in qualche caso nella speranza, se non nell'illusione che il proprio 'esserci', sia pure a distanza, sia pure nei modi che ci sono possibili, sia pure in maniera spesso inconsapevole degli eventi, percepiti attraverso la loro rappresentazione parziale (non nel senso di parte, ma nel senso di incompleta), possa determinare in qualche modo il corso degli eventi stessi, segnarli con la propria 'presenza' e non limitarsi a rimanerne spettatori passivi.
Non sono abbastanza stronzo da giudicare la genuinità dei sentimenti altrui, siano essi vicini o lontani dai miei. E con questo non voglio nemmeno avallare quell'atteggiamento di cosiddetta equidistanza (o equivicinanza) morale che in molti casi è solo l'anticamera dell'ennesima condanna di uno e dell'ennesima assoluzione dell'altro. Ma, ripeto, non è questo il punto, stabilire chi ha torto e chi ha ragione, ecc. ecc.
Guardiamo le immagini di guerra e dolore alla TV, alcuni di noi sono stati testimoni di immagini simili, in alcuni casi negli stessi luoghi, al di qua e al di là del confine. "Padre, perché i bambini muoiono?". La domanda senza risposta fatta da Ivan Karamazov, per me, in questo caso, una risposta ce l’ha. Ma questo non mi lava la coscienza e il cuore da ciò che vedo e so, naturalmente. Aiuta a sopravvivere, al più.
Il punto, però, ripeto ancora una volta, non è questo. Il punto è, dicevo, che si vuole partecipare e tutto questo va bene, anzi è giusto. Ma la cosa che proprio non mi va giù, in tutto questo, sono quelli che dicono e scrivono cose tipo, il mondo è uno schifo, gli uomini sono bestie, è tutto una merda, per gli interessi di pochi si scatenano tragedie, mi vergogno, ecc. ecc.
La rappresentazione grafica di questo atteggiamento è la foto, ormai un classico, che riprende di spalle il bambino palestinese e il bambino ebreo, abbracciati. Un altro mondo possibile, calpestato dalla brutalità della guerra. Voglio escludere qualsiasi retropensiero nell'impiego di quella foto. Nel senso che per alcuni quel mondo, prima del 1948, può essere non solo stato possibile, ma reale. Prima, cioè, della nascita di Israele. Ma non arrivo a pensare con tanta malizia.
Quello che mi preme dire, in un contesto più generale, è che per me il mondo, per quanto schifo possa farci quello che vediamo e percepiamo, non è mai stato migliore di quello attuale. Non c'è un'Arcadia alla quale tornare, non c'è un Eden terreno al quale bussare e chiedere con permesso di essere riammessi. Non ha senso, insomma, domandarsi se questo mondo faccia schifo o se sia il miglior mondo possibile, perché questo è l'unico mondo che c'è e qui bisogna stare. Non c'è un altro luogo. E l'unica cosa che possiamo fare, per quel che mi riguarda, è starci dentro da uomini vivi e liberi e se proprio ci teniamo a cambiarlo questo mondo, bisogna avere il coraggio di dire che la foto dei due bambini è una gran stronzata perché, ammesso che sia vera, l'unico posto dove può essere stata scattata è Israele. Al di là del confine, uno dei due bambini, il bambino ebreo, sarebbe con molta probabilità stato ucciso prima ancora di scattare la foto.






2 commenti:
Il senso...bello l'articolo di Carlo Jean sul Messaggero
Ne emerge un quadro più ampio, pur nell'orrore della guerra. Non un semplice "piano punitivo", come definito da D'Alema
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