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28/11/08

Le strade dopo Mumbai


Il Grande Gioco ancora una volta evocato per raccontare l'evoluzione drammatica degli eventi in Asia centro-meridionale, si ripropone come scenario più plausibile, tra quelli che si delineano tra gli spari, le esplosioni, le fiamme e il sangue innocente di cui è stata disseminata Mumbai.

Un Grande Gioco del quale molte cancellerie occidentali stentano ancora a comprendere l'importanza e la posta, come ha ricordato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, e nel quale invece l'attore principale e inedito, rispetto alla versione classica del Gioco medesimo, il jihadismo islamico, si trova perfettamente a proprio agio e rischia ogni giorno di mettere a segno colpi importanti, sebbene non ancora decisivi.

Una lunga chiacchierata fatta a Rawalpindi, in Pakistan, non più di sei settimane fa, con alcuni ufficiali dell'Isi (Inter-service Intelligence) e dell'esercito pakistani, torna forse utile per comprendere lo scenario nel quale è maturato il massacro di Mumbai, le eventuali responsabilità, al di là di quelle dirette dei terroristi che hanno partecipato agli attacchi e la posta in gioco per quella parte del mondo, occidentale e non, in guerra contro il terrorismo islamico.

Per ovvie ragioni i nomi degli ufficiali non sono divulgabili, ma basti sapere che si trattava di ufficiali in servizio e che il più alto in grado era un generale di brigata.

Nel corso della chiacchierata era completamente ribaltato il punto di vista esposto su gran parte dei media, in questi giorni successivi al massacro di Mumbai.

Gli ufficiali pachistani accusavano apertamente l'India, quale ispiratrice dell'ondata di attentati che quotidianamente colpivano e colpiscono il Pakistan, per mano per lo più del Tehreek-e-Taliban of Pakistan (TTP) di Baitullah Mehsud.


Dall'attacco all'Hotel Marriott di Islamabad (70 morti) ai numerosi agguati e attacchi kamikaze nelle aree tribali al confine con l'Afghanistan e nelle principali città pachistane, per l'intelligence pakistana (e per una crescente parte dell'opinione pubblica di quel Paese) c'era sempre dietro la mano ispiratrice e/o finanziatrice del Raw, i servizi segreti indiani.

Più in generale, nel quadro di questa opera di accerchiamento e assedio denunciata dal Pakistan, si indicava la crescente influenza indiana in Afghanistan, favorita dal presidente Hamid Karzai e la insolitamente estesa rete di consolati allestita da Delhi nel Paese, considerati vere e proprie centrali di spionaggio.

Altre accuse venivano rivolte agli alleati americani, ritenuti responsabili (sembra paradossale detto da un ufficiale dell'Isi) di doppiogiochismo a favore dell'India, o più semplicemente di non condividere tutti i mezzi e le informazioni possibili con Islamabad, ma piuttosto di giocare una partita ambigua, nella quale i continui sconfinamenti dei droni (gli aerei senza pilota) nelle aree tribali e i conseguenti bombardamenti che coinvolgevano anche i civili, erano una delle pedine più micidiali per destabilizzare il Pakistan.

Gli ufficiali pachistani non fornirono nessuna prova specifica a supporto, ma si limitarono a indicare quelli che loro consideravano indizi precisi. Cifre, fatti, movimenti di truppe, ecc. Soprattutto, la domanda: cui prodest? A chi giova il caos in Pakistan se non al nostro nemico di sempre? A chi giova il fatto che Islamabad sia costretta a impiegare un numero crescente di truppe e mezzi lungo il confine con l'Afghanistan, alleggerendo così le linee di difesa lungo il Kashmir e il confine orientale?

Questo, nonostante il processo distensivo degli ultimi anni, lo stato dei rapporti tra le due potenze nucleari della regione. Un continuo piccolo e sporco gioco nel quadro del Gioco più grande.

A ottobre, un'intervista del presidente pakistano Asif Ali Zardari al Wall Street Journal, nella quale il vedovo di Benazir Bhutto provò a tendere la mano al grande vicino, arrivando addirittura al punto di definire ‘terroristi’ i militanti per l’autonomia del Kashmir, ha suscitato un autentico putiferio in patria, al punto da richiedere una frettolosa rettifica.

La visione di Zardari, al di là delle smentite, è pragmatica: il vero pericolo, per il Pakistan non è mai venuto dall’India, che piuttosto dovrebbe essere un alleato naturale nello sviluppo economico del Paese.


Una visione tanto pragmatica, quanto impraticabile. L’esercito e gran parte dell’opinione pubblica non la condividono minimamente. I militari, a fronte di un vero processo di distensione, vedrebbero svanire la principale giustificazione di un bilancio della Difesa che consuma percentuali di Pil a livello di Stati Uniti e Cina, mentre l’opinione pubblica, dopo essere cresciuta per 60 anni con massicce dosi di propaganda anti-indiana, semplicemente non è pronta a cambiare idea così repentinamente.


In funzione del nemico indiano, oltre alla bomba atomica, il Pakistan ha costruito gran parte della sua dottrina militare. Il controllo dell’Afghanistan, per gli stati maggiori di Islamabad è sempre stato necessario ai fini della cosiddetta ‘profondità strategica’. In caso di uno scontro impari al confine orientale con le divisioni corazzate di Delhi, che in poche ore arriverebbero a Lahore e Islamabad, l’esercito pakistano userebbe l’Afghanistan come retroguardia dalla quale riorganizzarsi e lanciare un eventuale contrattacco.


Chiaro, quindi, che allo scopo tutto era lecito, perfino sostenere un regime come quello talebano e, accusano ora gli indiani, perfino tramare di nascosto per favorirne un ritorno, a dispetto dei proclami di fedeltà all’alleato americano e al fronte della guerra al terrorismo.


E' l'Afghanistan, sempre l’Afghanistan, prima ancora del Kashmir, nel quale la situazione militare è troppo consolidata per poter essere ribaltata rapidamente e in maniera apprezzabile da una delle due parti, la vera posta in gioco nello scontro attuale tra India e Pakistan.


Ed è sempre l'Afghanistan, per quella parte del mondo, occidentale e non solo, che più o meno convintamente sta combattendo la guerra al terrorismo, la trincea da difendere ad ogni costo dalle offensive del nemico.



Disinnescare la sporca guerra sotterranea tra India e Pakistan per il controllo dell'Afghanistan dovrebbe quindi diventare una delle priorità assolute degli Stati Uniti e dei loro alleati della Nato. In caso contrario, alle mille difficoltà sul terreno, alla natura ambigua di una guerra nella quale diventa sempre più difficile distinguere gli amici dai nemici, si aggiungerebbe un fardello strategico insormontabile.


Non si può combattere e sperare di vincere una guerra, quando i tuoi due principali alleati nella regione ne combattono una tra di loro, sul tuo stesso terreno, spesso alleandosi con i tuoi stessi nemici.


L’Isi appoggia alcune formazioni talebane in chiave anti-Karzai, l’India ne appoggia altre in chiave anti-pakistana e la Nato sta nel mezzo.


Bene ha fatto il ministro degli Esteri italiano Frattini a proporre per il prossimo anno, quando l'Italia guiderà il G8, una conferenza sull'Afghanistan allargata anche all'India. A patto però, che al di là degli inevitabili salamelecchi diplomatici, si vada al nocciolo della questione. Vale a dire, da un lato garantire al Pakistan che l'India non intende allungare, al di là dei normali accordi commerciali, la propria ombra strategica sull'Afghanistan, e dall'altro farsi garanti nei confronti di Delhi della 'buona condotta' del Pakistan e dei suoi servizi segreti. E lasciare la Nato fare il proprio mestiere di vincere la guerra contro i talebani.


Non è un compito facile, ma non è impossibile. Implica un parziale ripensamento della politica americana nella regione e un'assunzione di responsabilità che finora l'Europa ha mancato di avere. La leva che si può usare è sempre quella ed è la più efficace, sia nei confronti dell'India, in grande ascesa economica, ma anch'essa colpita dalla crisi finanziaria ed economica di questi mesi e bisognosa di sostenere le proprie esportazioni; sia nei confronti del Pakistan, praticamente sull'orlo della bancarotta e in disperata necessità che i miliardi di dollari promessi dal gruppo dei paesi amici si trasformino in realtà.


Uno sguardo ai responsabili del massacro di Mumbai, agli esecutori materiali e ai possibili mandanti.


Una breve premessa, però. Attorno alla 'onnipotenza' dell'Isi si è costruito in questi anni un vero e proprio mito consolatorio, spesso utile a nascondere sconfitte e ritardi dei nostri apparati di analisi e intelligence e spesso a mascherare miopi atteggiamenti politici.


Per rimanere in ambito recente, se sembrano esserci prove evidenti di un coinvolgimento di alcuni suoi settori nell'attacco dello scorso luglio all'ambasciata indiana di Kabul, la proprietà transitiva non deve automaticamente portarci a ritenere l'Isi responsabile diretto di quanto accaduto a Mumbai.


Le prime notizie che filtrano in queste ore parlano del coinvolgimento certo di un gruppo terroristico pakistano solitamente impegnato in Kashmir e contro obiettivi indiani, il Lashkar-e-Toiba.


Il LeT è un gruppo di ispirazione wahabita fondato nel 1986 da Hafiz Mohammad Saeed, quale ala militare del Markaz Dawa Wal Irshad, o Centro per l’apprendimento religioso e la sicurezza sociale. Il LeT e il Markaz stabilirono presto dei campi di addestramento nell’Afghanistan orientale, con lo scopo di partecipare alla jihad contro i sovietici che avevano invaso il Paese nel 1979.


Tra i primi finanziatori del LeT, secondo alcune ricostruzioni, c’era anche Abdullah Azzam, il mentore di Osama bin Laden e fondatore del primo, originario nucleo che poi, su impulso di Osama, avrebbe dato vita ad Al Qaeda.


Nel 1989, dopo la sconfitta dell’Armata Rossa, si pose per il LeT lo stesso dilemma di altre formazioni jihadiste, comprese quelle finanziate o guidate da Osama bin Laden: sciogliersi o continuare?


Il LeT scelse come suo nuovo terreno di battaglia il Kashmir e fu allora che l’Isi, l’intelligence pakistana, che aveva verificato l’affidabilità del LeT in Afghanistan, scelse di sponsorizzare e impiegare l’organizzazione nella guerriglia e negli attentati terroristici contro l’India, sia in Kashmir che sul territorio indiano.


Gran parte delle formazioni jihadiste fondate, adottate o sponsorizzate dall’Isi, rimasero spiazzate dopo l’11/9 e la decisione di Musharraf di schierare il Pakistan al fianco degli Stati Uniti.


Si calcola che dopo il 2002, quando il governo di Islamabad mise al bando gran parte delle formazioni jihadiste, 500mila militanti rimasero più o meno senza lavoro, andando a ingrossare le fila della guerriglia talebana o concentrando i propri sforzi criminali direttamente sulle città pakistane, come segno di vendetta contro Musharraf.


Il LeT beneficiò della benevolenza di Islamabad ben oltre quella data, come testimoniano i campi di addestramento del LeT ancora presenti a Muridke, una cinquantina di chilometri da Lahore, dai quali si ritiene provengano anche i terroristi di Mumbai.


Perfino dopo il gennaio 2004, quando il Pakistan firmò con l’India un accordo nel quale Musharraf si impegnò a impedire che il territorio pakistano fosse usato come base di lancio per attacchi jihadisti contro obiettivi indiani, il LeT continuò a orbitare nella galassia di Islamabad.


Questo accordo provocò una ulteriore ondata di rabbia da parte delle formazioni jihadiste contro Musharraf, ma vide il LeT adottare un atteggiamento insolitamente cauto. E’ probabile che Musharraf e altri generali volessero, al di là dell’ufficialità, mantenere alcune di queste formazioni come una sorta di riserva strategica da impiegare in caso di un nuovo inasprimento della situazione in Kashmir.


E proprio in questa mai cessata vicinanza con l’intelligence di Islamabad sta, secondo molti, la ‘pistola fumante’ di un coinvolgimento più o meno diretto di apparati militari pakistani nelle stragi di Mumbai.


E’ troppo presto per formulare un’opinione definitiva e mi limito a porre alcune domande.

Come è possibile che un’organizzazione che in passato ha fatto ampio uso di attentatori kamikaze, stavolta ne escluda l’impiego correndo il rischio (come è accaduto) che un membro del commando venga arrestato e confessi i legami con il Pakistan?


Come è possibile che una rivelazione così esplosiva, la confessione di una connection con il Pakistan, avvenga poche ore dopo l’arresto?


Più che di una confessione, sembra trattarsi di una vera e propria rivendicazione.


E come è possibile che l’Isi, la potente e scaltra Isi, dissemini la scena del delitto di prove così palesi del suo coinvolgimento, rischiando di portare il proprio Paese sull’orlo di una guerra che il Pakistan, ora più che mai, non ha i soldi e i mezzi per combattere?


E infine, come è possibile che un’organizzazione come il Lashkar-e-Toiba, così radicata nel contesto del conflitto India-Pakistan, sbarchi a Mumbai senza alcuna rivendicazione del proprio obiettivo primario, la liberazione del Kashmir, ma con lo scopo principale, dichiarato dal terrorista catturato, di colpire principalmente cittadini israeliani?


Forse la mano che ha finanziato e armato il commando sbarcato a Mumbai, ha in realtà riannodato i fili di un legame che iniziò a formarsi nei giorni della guerra contro i sovietici, quell’internazionalismo jihadista che ebbe in Abdullah Azzam il suo primo ideologo e in Osama bin Laden il suo leader più celebre.


Nuove e incontrollabili tensioni, addirittura una nuova guerra tra India e Pakistan sarebbero la via più breve e cruenta per una sconfitta occidentale in Afghanistan. E per una vittoria di Al Qaeda.

26/11/08

Luxuria e lo sdoganamento dimenticato

Facile fare dell'ironia sui comunisti che finalmente vincono qualcosa, sul passaggio da Bandiera Rossa a bandiera fucsia, sull'appello di intere generazioni di militanti (quel "Votate e fate votare...) applicato al reality show, sull'evoluzione dell'attacchinaggio all'epoca degli sms e del televoto, eccetera eccetera.

Facile pure ironizzare su titoli (per nulla ironici) del tipo, 'Vladimir come Obama'. E oggi sui giornali ci sono gli operai della Fiom che spiegano "perché poi non li votiamo". Spiegazione che fa un po' seguito a quella, già fornitaci da Liberazione in un reportage onestamente autocritico da Mirafiori all'indomani della batosta elettorale, "Pensano solo a zingari e froci e allora noi votiamo Lega", era più o meno il tono degli operai interpellati allora.

Sia ben chiaro, su queste colonne semiclandestine ci piace mantenere i crocifissi nei luoghi pubblici, magari accanto a un Tricolore, ma in fatto di sessualità la pensiamo come Lucio Dalla ne 'L'anno che verrà': ... e si farà l'amore, ognuno come gli va...'.

Quindi, il punto non è tanto la 'scandalosa' vittoria di Vladimir Luxuria, la svolta storica, la spallata al benpensantismo degli italiani e via sentenziando.

Il punto non è nemmeno che Luxuria (in passato anche animatrice di locali dove si praticava il 'libero amore' e dove si entrava in ambiguissime dark room dalle quali chi usciva non capiva cosa aveva fatto esattamente e con chi) più che da icona della rivoluzione sessuale, si sia in realtà comportata da ipocrita e rosicona portinaia di periferia nel riferire della tresca tra il marito di Ivana Trump e la bella Belen.

E del resto, in questo è stato un vero comunista ortodosso, del genere anni '50, quando i compagni vedevano (e commentavano) malissimo la relazione tra Togliatti e Nilde Jotti, per non dire di come la pensavano sul divorzio.

Il punto è che lo sdoganamento del 'sessualmente scorretto', lo schiaffo alle convenzioni e ai bacchettoni, sulla TV italiana (e quindi nel Paese) c'era già stato anni fa.

Nessuno (mi sembra) ha infatti ricordato la storica vittoria di Jonathan Kashanian, lo stilista (presunto) gay, ebreo e israeliano che trionfò nell'edizione 2004 del Grande Fratello. "Sono strafelice e lusingato che questa Italia del terzo millennio abbia premiato un ebreo, israeliano e presunto gay", disse all'epoca Jonathan.

E allora, delle due l'una: o quelli di Rifondazione non se ne sono ricordati (e manco Luxuria per la verità), oppure ancora una volta hanno messo in luce la loro antipatia per Israele.

Oppure, non volevano ammettere che la Storia s'era già dispiegata nelle sue sorti magnifiche e progressive sulle reti Mediaset dell'odiato Cavaliere.

20/11/08

Il messaggio di Al Zawahiri e gli analisti de noantri

Un paio di cose sul messaggio di Al Zawahiri contro Obama. La prima, la disparità di spazio e rilievo dati alla notizia da parte dei media italiani e da quelli americani. Nel senso che da noi la notizia è stata a lungo l'apertura dei maggiori siti di informazione, mentre in America ha avuto un trattamento assai più moderato.

La seconda, la toppa clamorosa presa da alcuni traduttori/analisti nostrani, che hanno scambiato un passaggio nel quale Al Zawahiri cita Osama bin Laden, come una sorta di attacco del medico egiziano allo sceicco saudita. "Al Zawahiri incalza bin Laden", ha scritto qualche nostro collega, ripreso perfino dalla Rai. Secondo questi fantasiosi esperti di terrorismo, Al Zawahiri si rivolge a Osama bin Laden in questi termini: "Ora scegli tu cosa vuoi fare ed assumiti le conseguenze delle tue scelte: come tu giudichi così verrai giudicato".

Se fosse vero, sarebbe una svolta clamorosa, la conferma di una spaccatura all'interno dello stato maggiore di Al Qaeda, uno scenario nuovo. Una notizia forse ben più importante dell'attacco razzista di Al Zawahiri a Obama.

In realtà, nei sottotitoli in inglese di cui è corredato il messaggio originale in arabo, sottotitoli assai accurati e di cui forse è autore/supervisore Adam Gadahn, l'americano convertito all'Islam e divenuto portavoce di Al Qaeda con il nome di “Azzam the American” si legge quanto segue:

- As for my final message, it is to the American people. I tell it: you incurred defeat and losses from the foolish actions of Bush and his gang, and at the same time, Shaykh Usama bin Ladin (may Allah preserve him) sent you a message to withdraw from the lands of the Muslims and refrain from stealing their treasures and interfering in their affairs. So choose for yourself whatever you like, and bear the consequences of your choice, and as you judge, you will be judged. -

"Ora scegli tu cosa vuoi fare ed assumiti le conseguenze delle tue scelte: come tu giudichi così verrai giudicato", è rivolto al popolo americano, non ad Osama bin Laden.

Pensiamo che il popolo americano, grazie anche a traduzioni e analisi un po' più accurate di quelle che ogni tanto appaiono sulla stampa italiana, saprà assumersi le conseguenze delle proprie scelte e saprà giudicare.

10/11/08

President Obama Now it's our turn to hope.

President Obama
Now it's our turn to hope.
by William Kristol
The Weekly Standard, 11/17/2008, Volume 014, Issue 09


In politics, as one suspects in life, no good deed goes unpunished. John McCain staked everything on success in Iraq. He advocated the surge publicly and made the case for it privately. He defended it passionately and intelligently, and was indispensable in beating back critics, shoring up nervous supporters, and keeping enough public support for the surge so the Democratic party's repeated efforts to abort it failed.

The surge worked. It worked better than even its proponents expected. The strategic and moral calamity of an American withdrawal in defeat from the central front in the war on Islamic jihadism was averted. The positive outcome of a reasonably stable, democratic, and friendly Iraq is now in sight. Thanks in large part to John McCain, we did not have a second Vietnam-like humiliation. Thanks in large part to John McCain, the United States is on the verge of snatching victory from the jaws of defeat.

And as a result of the remarkable progress in Iraq over the past two years--progress whose possibility was scoffed at and whose reality was then denied by all leading Democrats except Joe Lieberman--Iraq faded as an issue in the presidential race. And with it, the critical question of who should be commander in chief also receded. By the fall of 2008, McCain got no credit for one of the great acts of statesmanship by a senator--let alone a senator who was also a presidential candidate--in American history. President Obama will now be able to draw down in an orderly manner, following (we trust) the guidance of Generals Petraeus and Odierno--generals who consulted with McCain often and whose achievement McCain helped make possible.

John McCain said repeatedly that he'd rather lose an election than lose a war. We ended up winning a war, and he ended up losing the election. It's not quite the cosmic injustice of the British electorate rejecting Churchill in 1945--but it's no small injustice either.

McCain lost in part because everyone wanted a change from President Bush, and McCain was from the same party as Bush. But, the much-derided Bush administration (and they deserve some of the derision) did succeed in preventing a second terrorist attack in the United States over the last seven years. This fact, like Iraq, barely came up in the presidential campaign. In October 2000, after eight years of the Clinton administration, a strengthening al Qaeda attacked the U.S.S. Cole in Aden, killing 17 servicemen and wounding 39. No such thing happened in 2008. Al Qaeda today seems in retreat. But most voters did not let keeping us safe at home, any more than winning a war abroad, determine their vote.

Encouraging Americans' tendency to take hard-won national security successes for granted--once they are won--is the key to how Democrats, in modern times, win presidential elections. Dwight Eisenhower pursued a cautious but not ineffective foreign policy. Voters were unimpressed by the peace and stability of 1960 and chose John Kennedy. Partly as a result of Kennedy's initial weakness, the Berlin Wall went up and the Cuban Missile Crisis followed--and then, partly out of a felt need of Lyndon Johnson's to appear strong, we escalated in Vietnam.

The voters elected Richard Nixon to extricate us from the quagmire in Vietnam with honor, which he did, and Gerald Ford attempted to prevent the Democratic Congress from walking away from our ally and our responsibility. Voters decided, however, to give the presidency back to the party of JFK and LBJ--by this time more the party of George McGovern--and we got the Iranian revolution and the Soviet invasion of Afghanistan.

So Americans elected Ronald Reagan and George H.W. Bush, and--stunningly--they won the Cold War virtually without firing a shot. (Bush also drove Saddam Hussein from Kuwait.) Voters were able in 1992 to take peace for granted and to focus on domestic policy. "It's the economy, stupid" was stupid but successful just as its equivalents had been in 1976 and 1960.

We think it was a similar mistake to select Barack Obama over John McCain in 2008. We hope we're proved wrong. We're encouraged that President-elect Obama has seemed at times during this campaign to understand it's a dangerous world, that he'll be tested, and that weakness is provocative and dangerous. We're pleased that the president-elect is committed to building up the military, succeeding in Afghanistan, defending our allies, and, of course, keeping the country safe.

We at THE WEEKLY STANDARD congratulate Barack Obama on his impressive victory. We pledge our support for those of his policies we can support, our willingness to give him the benefit of the doubt in cases of uncertainty, and our constructive criticism and loyal opposition where we are compelled to differ. We hope President Obama's policies and decisions will strengthen the nation he will now lead, and that our country and the cause of freedom in the world will emerge from the next four or eight years even stronger than they are today.

--William Kristol

05/11/08

USA 2008, da WE MUST a WE CAN

La si pensi come si vuole, ma la vittoria di Barack Obama nelle elezioni presidenziali è destinata ad essere per lungo tempo uno dei migliori biglietti da visita della lunga e gloriosa storia della democrazia americana. Non solo per l'impresa, veramente enorme ed incredibile compiuta dal candidato democratico, ma soprattutto per il catartico gesto collettivo compiuto da milioni di elettori americani che hanno cancellato, con il voto di martedì, una delle macchie più infamanti nella storia del loro Paese.

Gli americani sono tra i più capaci, tra i migliori del mondo, in molti settori: dall'economia alla scienza, dall'arte della guerra all'arte dell'intrattenimento. Ma c'è un aspetto del loro modo di essere nel quale sono assolutamente imbattibili. Gli americani sanno imparare dai propri errori e sanno correggerli.

Non mi riferisco a questo aspetto del loro carattere nazionale, per sottolineare il cambiamento politico attuato con il voto, giacché il mio giudizio sulla presidenza di George W. Bush è assai fuori dal coro generalizzato di questi ultimi anni, quanto per esaltare il gigantesco cambiamento culturale che gli americani hanno saputo operare nel giro di quattro decenni dal 'sogno ' di Martin Luther King.

Un motivo di orgoglio per la nazione intera, come appropriatamente sottolineato dallo sconfitto John McCain nel suo discorso di concessione della vittoria al presidente eletto Obama, così come dal presidente in carica George W. Bush nel discorso nel giardino della Casa Bianca.

Le pochezze della politica nostrana ci hanno abituato negli anni recenti a mortificanti diatribe post elettorali, nelle quali vittorie per pochi voti o mezzi pareggi venivano celebrati con arroganza e sprezzo delle ragioni dell'avversario, mentre gli sconfitti agitavano per mesi la bandiera sporca dei brogli elettorali.

Barack Obama, nel suo discorso della vittoria (una vittoria di ampio margine), un discorso ispirato e a tratti autenticamente commovente, ma al contempo sobrio e rispettoso del valore dell'avversario e dei milioni di elettori rappresentati da McCain, ha mostrato al mondo come ci si comporta in una autentica democrazia liberale. E che grand'uomo, ancora una volta, si è mostrato John McCain, nel riconoscere il valore del neo presidente.

Quanta strada dobbiamo ancora fare qui in Italia e non solo. Ci ragioni su la sinistra, prima di continuare a pretendersi guardiana della Costituzione e dispensatrice di patenti di legittimità democratica ogni volta che perde le elezioni, un dibattito parlamentare, una chiacchierata in un talk show.

La vittoria di Obama presenta, per chi, pur colpito dall'innegabile carisma del personaggio nutre molti dubbi sulla sua piattaforma politica, numerose incognite. Alcune delle quali ho tentato di riassumere nel precedente post. Ma in questo momento, la forza della sua personalità sembra in grado di superare qualsiasi dubbio.

Non deve sfuggire, a chi vuole tentare di capire cosa ci aspetta nel prossimo futuro, uno degli altri aspetti fondamentali della vittoria di Obama e del cambiamento politico attuato in America.

Non solo il superamento della questione razziale, dalla molteplice valenza, non ultima quella di togliere molte frecce retoriche dall'arco degli antipatizzanti americani sparsi per il mondo, di cui molta parte risiede in Europa.

Un'Europa, peraltro, generalmente incapace di gestire e integrare le diversità razziali al proprio interno, proprio perché incapace, per lo più, di valorizzare ed esaltare, al di là del folklore spesso becero, le tante culture nazionali attorno alle quali andrebbero raccolti e integrati i nuovi cittadini.

L'America sa gestire e integrare le diversità, proprio perché è un Paese dalla cultura nazionale forte. Da noi si dibatte ancora tra le due visioni ampiamente fallimentari dell''entri chi vuole' e dell''Italia agli italiani', ancora incapaci di spostarci almeno sul terreno indicato in Francia da Sarkozy, di un più giusto e corretto 'L'Italia a chi la ama'.

Oltre alla questione razziale, quindi, la vittoria di Obama cambia completamente il paradigma del post 11 settembre. Non saranno più, come propugnato da George W. Bush e in parte da John McCain gli anni del 'We Must', con riferimento alla necessità, irrimandabile e irrinunciabile di difendere la democrazia e i valori dell'Occidente attraverso lo strumento della guerra.

Un 'We Must' che ha coinvolto in una battaglia di idee molti di noi, nel proprio piccolo o grande ruolo, convinti che le ragioni della nostra sopravvivenza culturale, prima ancora che fisica, andassero sostenute anche sopportando (ma non sottacendo) errori, voragini morali ed etiche, scelte difficilissime, ma pure necessarie. We Must, è stato l'imperativo di molti, primo fra tutti George W. Bush, che lascia la Casa Bianca accompagnato dalle urla di riprovazione anche di quanti, nel mondo, godono della libertà garantita dall'America, ma contestano il modo in cui essa viene fornita.

Gli anni di Obama, qui il cambio di paradigma, nascono all'insegna del 'We Can', del ricorso alla volontà e non più sulla spinta di una improvvisa e inattesa necessità storica. Non che le emergenze che il neo presidente si trova già da oggi ad affrontare, siano di minore portata, giacché due guerre sono ancora aperte, la minaccia del nucleare iraniano si fa sempre più incombente e una devastante crisi finanziaria sta facendo sentire i suoi effetti sulle economie reali di gran parte del mondo.

Ma proprio attraverso il ricorso alla volontà, al We Can, si possono evitare molti degli errori compiuti, seppure in buona fede, sulla spinta del We Must, del dobbiamo ad ogni costo, degli ultimi anni.

Per questo, a mio avviso, l'eredità di George W. Bush non dovrà aspettare molti anni per essere riconsiderata e rivalutata. Proprio in politica estera, l'aspetto più controverso, per i non americani, degli otto anni di amministrazione Bush, Obama ha la possibilità di capitalizzare i successi ancora in parte incompiuti del suo predecessore.

L'Iraq, innanzitutto, è ormai una guerra vinta, al punto da essere scomparsa dal dibattito elettorale. C'è però da aiutare e spingere gli iracheni alla costruzione della propria convivenza, sintetizzando in istituzioni comprensibili e praticabili, le tante diffidenze e differenze che ancora dividono sunniti, sciiti e kurdi.

Anche l'Afghanistan, proprio grazie al progressivo disimpegno americano dall'Iraq, reso possibile non dalla vittoria di Obama nelle elezioni, ma dalla vittoria militare di Petraeus, sostenuta da Bush e McCain e osteggiata da Obama, può essere vinto.

Un maggiore e più intelligente impegno militare, combinato alla rinnovata volontà americana, europea (grande ruolo può potenzialmente giocare l'Italia nella regione) e di parte dei Paesi arabi (sauditi ed Emirati Arabi) di impedire il collasso e le derive incontrollabili in Pakistan, può ottenere il risultato. Insieme a un misto di sicurezza e ricostruzione nelle aree riconquistate alle ragioni di una accettabile convivenza , già attuato con successo in Iraq.

Al Qaeda, ancora forte sul piano propagandistico, ma dalla gran parte degli analisti ritenuta assai meno efficace su quello della capacità organizzativa e militare, rimane comunque una bestia multiforme, che nella sua evoluzione in 'franchising', continua ad avere radici e seguito consistenti in buona parte del mondo arabo e in Pakistan, nonché in Europa occidentale. Non solo nelle banlieus e nelle inner cities, ma anche nei quartieri della neo borghesia di immigrazione.

Su questo, Obama, pur avendo annunciato di voler correggere molte delle forzature imposte dal 'We Must' di Bush, non deve retrocedere di un centimetro. In forme diverse, il mostro dell'intolleranza e del fascismo religioso e ideologico è proprio quello che ha impedito per decenni ai neri americani il pieno riconoscimento civile e politico. Il neo presidente non lo dimentichi.
La questione del nucleare iraniano rimane tra le più scottanti, se non la più scottante tra i tanti dossier di politica estera e di sicurezza che il presidente si troverà sul suo tavolo della stanza ovale.

In campagna elettorale il candidato Obama si è sforzato di apparire, su questo punto, ancora più risoluto del suo avversario McCain. Dia ora seguito alla sua risolutezza retorica, anche prendendo decisioni che potrebbero far smettere bruscamente la sua immaginabile luna di miele con l'opinione pubblica di mezzo mondo. La risolutezza del presidente Bush ha già ottenuto, sul fronte della prolificazione nucleare, la resa della Libia e della Corea del Nord. Impari dal 'We Must' di Bush e fermi, finché è in tempo, un nuovo possibile Olocausto che rischia di colpire non solo Israele, ma la totalità del Medio Oriente.

Infine, l'economia alla quale il 'We Can' di Obama sembra rivolgersi in particolare. Ci sono seri dubbi che il neopresidente riuscirà ad attuare quanto promesso in campagna elettorale, così come ci sono dubbi che le ricette che gli hanno fatto vincere la presidenza, siano le migliori per uscire dalla crisi attuale. Redistribuire la ricchezza, se prima non si ricomincia a crearla, rischia solamente di provocare nel medio e lungo termine nuove povertà generalizzate. Se solo McCain avesse interpretato al meglio il proprio personaggio, spiegando e sostenendo con più convinzione le proprie posizioni, senza limitarsi nelle ultime settimane, su consiglio dei suoi strateghi, alla demonizzazione dell'avversario, forse oggi racconteremmo una storia diversa. Forse.

E comunque, come ho detto, gli americani hanno una grande qualità, sanno correggere i propri errori e spesso sanno farlo in fretta. Se ne farà, e ne farà, c'è da confidare che anche Obama saprà esprimere questa inimitabile caratteristica americana.

 
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