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25/09/08

Alitalia, anche Veltroni fa lo sborone

Veltroni: "La vicenda Alitalia risolta grazie a me, Berlusconi assente".

A SuperSilvio ci eravamo abituati e ormai tutti quanti, anche quelli che lo detestano, hanno imparato a convivere senza scossoni con i continui richiami all'automitizzazione del Cavaliere. Cose tipo, "ho parlato io con l'amico Putin, è tutto a posto" dette mentre i carri armati di Mosca continuavano a scorrazzare impunemente per la Georgia, ormai non ci fanno più effetto. Anche perché SuperSilvio, spesso, dal Milan di Sacchi alla mondezza di Napoli, ha buon motivo per lodare sé stesso.

Ma che ora anche Veltroni si metta a fare lo sborone, questo è assai meno digeribile. Ed è anche un insidiosissimo boomerang per il leader del Pd. Al primo disservizio, sciopero, aereo fatiscente, hostess isterica e comandante stronzo della nuova Alitalia, i passeggeri sapranno bene a chi inviare moccoli e madonne varie: a SuperWalter 'il Risolutore'.

21/09/08

Pakistan, ultimo appelllo


C'è quel proverbio che dice, ' Fatti buon nome e piscia a letto, e diranno che hai sudato'. Gli Stati Uniti, evidentemente, in questi ultimi anni non si sono fatti un buon nome e anche quando si limitano a sudare, vengono regolarmente accusati di aver pisciato a letto. Nessuna sorpresa, quindi, stamani, nel leggere gli editoriali di gran parte della stampa liberal (e quindi di gran parte della stampa) di mezzo mondo sul mostruoso attacco terroristico all'hotel Marriott di Islamabad, albergo nel quale ho soggiornato più volte e nel quale tra qualche giorno mi sarei dovuto trovare.

Di chi è in ultima analisi la colpa del massacro del Marriott secondo il fior fiore delle firme di mezzo mondo? Degli Stati Uniti e dei loro recenti attacchi nelle aree tribali tra Pakistan e Afghanistan e, ovviamente, di George W. Bush che ha ordinato tali attacchi, peraltro non coordinati con le autorità politiche e militari di Islamabad. Al Qaeda e i talebani, insomma, si sarebbero vendicati della eccessiva aggressività americana e nel più classico schema 'si parla a nuora perché suocera intenda', hanno colpito Islamabad per far capire agli americani che la devono piantare.

E' una tesi oltraggiosa, sebbene già usata in altre occasioni, a cominciare dagli attentati dell'11 settembre 2001. Stavolta, però, a differenza di quanto accaduto all'indomani degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono, non si è voluto attendere nemmeno quel minimo di ipocrita tregua in rispetto dei morti e si è andati dritti al nocciolo della questione: gli americani se la sono cercata.
Anzi, sono doppiamente colpevoli, perché stavolta il prezzo lo hanno fatto pagare ad altri.

Ora è evidente a tutti, o così dovrebbe essere, che se si vuole combattere e vincere una guerra, occorre colpire il nemico là dove il nemico si annida, organizza, lancia i suoi attacchi. Esattamente quello che stanno facendo gli americani nelle aree tribali, prendendo l'iniziativa a dispetto delle ambiguità, inefficienze e reticenze dimostrate negli ultimi due-tre anni dagli alleati pachistani.

Certo, colpiscono e affliggono le perdite tra i civili, ma come in altre guerre brutte e sporche, non ultima quella combattuta tra Israele e Hezbollah, va detto che i primi responsabili delle morti tra i civili, sono i miliziani che tra essi si nascondono e che di essi si fanno scudo, proprio allo scopo di suscitare l'indignazione dei media e dell'opinione pubblica.

Fa specie, quindi, che anche un collega stimato e infinitamente più preparato di chiunque altro sull'argomento, come Ahmed Rashid, si abbandoni a tali considerazioni, appena temperate dalla consapevolezza che comunque il Pakistan non può fare a meno degli Stati Uniti.

La realtà è che noi non stiamo "perdendo il Pakistan", come qualcuno ha scritto sui quotidiani di oggi. Il Pakistan lo abbiamo già perso, almeno un paio di anni fa, nel momento in cui le diplomazie, a cominciare da quella del Dipartimento di Stato americano (ovviamente in prima fila c'era anche il nostro D'Alema), hanno iniziato a elaborare e proporre fantasiose e velleitarie "soluzioni politiche" a una questione che non era ancora lontanamente risolta sul piano militare.

Dettaglio non trascurabile: la questione era (e rimane) irrisolta sul piano militare per la impossibilità da parte americana, a causa dell'impegno in Iraq, di inviare una quantità sufficiente di truppe e mezzi e per la reticenza degli alleati Nato, non impegnati in Iraq, nell'accogliere le richieste di Washington; la migliorata situazione in Iraq consente ora agli americani di impegnare maggiori risorse in Afghanistan ed è certo che il prossimo presidente Usa, chiunque esso sia, chiederà con rinnovato vigore agli alleati europei un maggiore impegno militare.

La (ora tanto) invocata strategia Petraeus per l'Afghanistan e il Pakistan, rischia quindi di creare nei fautori della 'soluzione politica' una nuova delusione. Per vincere in Iraq, Petraeus non ha affatto ridotto l'impatto militare, come alcuni erroneamente ritengono, ma lo ha anzi aumentato in maniera esponenziale, facendo capire agli insorti e alle tribù sunnite quale era "la tribù più forte". Poi, in uno schema dialettico semplice, ma ben comprensibile alla mentalità musulmana, ha applicato criteri di 'giustizia', privilegiandoli a quelli per noi più familiari di 'democrazia'. Sono le due facce del 'Surge': bastone e carota. Guerra senza quartiere ai nemici, aiuti e ricostruzione afalla popolazione civile e alle tribù che collaborano.

Gli attacchi americani di queste ultime settimane nelle aree tribali sono un prologo del nuovo 'Surge' adattato alla realtà afghana e pakistana. Bene ha fatto il presidente Bush ad autorizzarli e bene farebbe il neo presidente pakistano Zardari ad accettarli e sostenerli nella sua prossima visita a Washington, impegnandosi a gestire sul terreno la parte di aiuti e ricostruzione per i civili, possibilmente senza dirottare i miliardi di Washington nelle tasche di qualche burocrate civile e militare.

La storia ci insegna che in guerra le politiche di contenimento portano sempre a drammatici disastri. Il massacro del Marriott è solo l'ultimo di una lunga serie.

20/09/08

La politica del contenimento

ISLAMABAD, Pakistan (CNN) -- A car bomb detonated Saturday night in the heart of Islamabad, killing at least 34 people, police said, and shattering windows more than two miles away.

Marriott Hotel rooms burn above vehicles damaged by Saturday's car bombing.

Marriott Hotel rooms burn above vehicles damaged by Saturday's car bombing.

At least 200 people were injured in the attack in Pakistan's capital, policed said.

Rescuers pulled bloodied victims from vehicles, and other casualties could be seen in the street. Officials predicted the casualty tolls would rise.

GEO TV's Hamid Mir, who was at the explosion site, said he saw at least 52 bodies. Most of the dead appeared to be drivers who were waiting with their cars outside the hotel, and hotel staff -- most of them security guards.

Mir said a witness saw the gates of the hotel rammed open by a small car, followed by an explosive-laden truck that detonated.

The blast caused a natural gas leak that set the top floor of the five-story, 258-room Marriott Hotel on fire. The blaze quickly engulfed the entire structure. More than a dozen cars were reduced to twisted steel. Video Watch firefighters battle fire at hotel »

Police described the 8 p.m. blast as a car bomb.

Nearby trees were felled. Hours before, newly elected President Asif Ali Zardari addressed a joint session of Parliament and promised to root out terrorism.

Video showed a deep crater in the pavement where the bomb is thought to have detonated.

At the CNN bureau, more than two miles from the hotel, the explosion sounded like it went off just outside the office, said CNN's Reza Sayah, who was at his desk at the time.

"All of a sudden, the bureau roared and rumbled," he said. "It was a roaring rumble that would not stop. Seconds later, the windows shattered."

The Marriott, a Western brand-name hotel, has been the site of attacks in the past.

Located near the diplomatic section of the city and heavily guarded by police and military, the facility is popular among tourists. Any car entering the facility is searched, its underside scrutinized for bombs, before it is allowed to pass through heavy steel gates.

12/09/08

Alitalia, fallisci pure, ma non subito

Andreotti divideva i matti in due categorie: quelli che si credono Napoleone e quelli che vogliono riformare le Ferrovie dello Stato. Quando lo diceva, Alitalia era ancora una compagnia aerea degna di questo nome e se all'estero ti trovavi in difficoltà, più che chiamare gli inutili consolati, chiamavi il locale ufficio della compagnia sapendo che una mano te la davano. Oggi, se ci provi, ti risponde una tizia da un call center in Sardegna, che al massimo ti può cercare su internet il numero del consolato. Se Andreotti dovesse aggiornare la sua massima, userebbe sicuramente la compagnia aerea nazionale al posto delle Ferrovie.

Pur essendo tra quel 60-65% di italiani che in generale apprezzano l'operato del governo, devo dire che su Alitalia SuperSilvio sta facendo la figura del matto di Andreotti. Forse di entrambi i matti. Peraltro, quello che viene spacciato per il salvataggio di Alitalia, in realtà sembra più il tentativo di non far fallire Air One invece che l'ultimo risolutivo colpo di fibrillatore sul petto stanco della sfinita compagnia di bandiera. Le cronache di queste ore, peraltro, ci dicono che nemmeno E.R. sta funzionando.

La tesi che 'un paese come l'Italia non può non avere una compagnia di bandiera', non mi ha mai convinto. Gli Stati Uniti, ad esempio, non ce l'hanno e campano benissimo lo stesso. Si dice, il prestigio. Con una compagnia come Alitalia è più decoroso chiudere, che continuare a farsi sputtanare ogni giorno dalla flotta più vetusta e dal personale più maleducato d'Europa. Si dice, il turismo. Se Alitalia andava in mano a Air France, i francesi avrebbero spinto le loro mete, invece che le nostre. Ora, a me sembra che la crisi del turismo in Italia sia dovuta a servizi mediocri o scadenti, a prezzi oltraggiosi e a località male amministrate, non alla mancanza di passaggi aerei. Si dice, l'occupazione. E qui io dico un sonoro sticazzi! I sindacati di Alitalia e i loro iscritti facciano mea culpa su almeno dieci anni di scambio dissennato tra loro e il management incapace che ha amministrato la compagnia: tu ti fai i cazzi tuoi e mi lasci fare i miei. Si dice, è colpa della politica. Vero. Ma perché mai la causa del problema dovrebbe ora rivelarsi la soluzione?

Insomma, se fallisce veramente, non muore nessuno e magari, lasciando fare finalmente al mercato, ci si ritrova nel giro di qualche mese con più aerei, più rotte, più servizi e tariffe più basse.

L'unica cosa che chiedo è: potete aspettare ancora qualche giorno che io tra poche ore devo partire?

 
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