Le strade dopo Mumbai
Un Grande Gioco del quale molte cancellerie occidentali stentano ancora a comprendere l'importanza e la posta, come ha ricordato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, e nel quale invece l'attore principale e inedito, rispetto alla versione classica del Gioco medesimo, il jihadismo islamico, si trova perfettamente a proprio agio e rischia ogni giorno di mettere a segno colpi importanti, sebbene non ancora decisivi.
Una lunga chiacchierata fatta a Rawalpindi, in Pakistan, non più di sei settimane fa, con alcuni ufficiali dell'Isi (Inter-service Intelligence) e dell'esercito pakistani, torna forse utile per comprendere lo scenario nel quale è maturato il massacro di Mumbai, le eventuali responsabilità, al di là di quelle dirette dei terroristi che hanno partecipato agli attacchi e la posta in gioco per quella parte del mondo, occidentale e non, in guerra contro il terrorismo islamico.
Per ovvie ragioni i nomi degli ufficiali non sono divulgabili, ma basti sapere che si trattava di ufficiali in servizio e che il più alto in grado era un generale di brigata.
Nel corso della chiacchierata era completamente ribaltato il punto di vista esposto su gran parte dei media, in questi giorni successivi al massacro di Mumbai.
Gli ufficiali pachistani accusavano apertamente l'India, quale ispiratrice dell'ondata di attentati che quotidianamente colpivano e colpiscono il Pakistan, per mano per lo più del Tehreek-e-Taliban of Pakistan (TTP) di Baitullah Mehsud.
Dall'attacco all'Hotel Marriott di Islamabad (70 morti) ai numerosi agguati e attacchi kamikaze nelle aree tribali al confine con l'Afghanistan e nelle principali città pachistane, per l'intelligence pakistana (e per una crescente parte dell'opinione pubblica di quel Paese) c'era sempre dietro la mano ispiratrice e/o finanziatrice del Raw, i servizi segreti indiani.
Più in generale, nel quadro di questa opera di accerchiamento e assedio denunciata dal Pakistan, si indicava la crescente influenza indiana in Afghanistan, favorita dal presidente Hamid Karzai e la insolitamente estesa rete di consolati allestita da Delhi nel Paese, considerati vere e proprie centrali di spionaggio.
Altre accuse venivano rivolte agli alleati americani, ritenuti responsabili (sembra paradossale detto da un ufficiale dell'Isi) di doppiogiochismo a favore dell'India, o più semplicemente di non condividere tutti i mezzi e le informazioni possibili con Islamabad, ma piuttosto di giocare una partita ambigua, nella quale i continui sconfinamenti dei droni (gli aerei senza pilota) nelle aree tribali e i conseguenti bombardamenti che coinvolgevano anche i civili, erano una delle pedine più micidiali per destabilizzare il Pakistan.
Gli ufficiali pachistani non fornirono nessuna prova specifica a supporto, ma si limitarono a indicare quelli che loro consideravano indizi precisi. Cifre, fatti, movimenti di truppe, ecc. Soprattutto, la domanda: cui prodest? A chi giova il caos in Pakistan se non al nostro nemico di sempre? A chi giova il fatto che Islamabad sia costretta a impiegare un numero crescente di truppe e mezzi lungo il confine con l'Afghanistan, alleggerendo così le linee di difesa lungo il Kashmir e il confine orientale?
Questo, nonostante il processo distensivo degli ultimi anni, lo stato dei rapporti tra le due potenze nucleari della regione. Un continuo piccolo e sporco gioco nel quadro del Gioco più grande.
A ottobre, un'intervista del presidente pakistano Asif Ali Zardari al Wall Street Journal, nella quale il vedovo di Benazir Bhutto provò a tendere la mano al grande vicino, arrivando addirittura al punto di definire ‘terroristi’ i militanti per l’autonomia del Kashmir, ha suscitato un autentico putiferio in patria, al punto da richiedere una frettolosa rettifica.
La visione di Zardari, al di là delle smentite, è pragmatica: il vero pericolo, per il Pakistan non è mai venuto dall’India, che piuttosto dovrebbe essere un alleato naturale nello sviluppo economico del Paese.
Una visione tanto pragmatica, quanto impraticabile.
In funzione del nemico indiano, oltre alla bomba atomica, il Pakistan ha costruito gran parte della sua dottrina militare.
Chiaro, quindi, che allo scopo tutto era lecito, perfino sostenere un regime come quello talebano e, accusano ora gli indiani, perfino tramare di nascosto per favorirne un ritorno, a dispetto dei proclami di fedeltà all’alleato americano e al fronte della guerra al terrorismo.
E' l'Afghanistan, sempre l’Afghanistan, prima ancora del Kashmir, nel quale la situazione militare è troppo consolidata per poter essere ribaltata rapidamente e in maniera apprezzabile da una delle due parti, la vera posta in gioco nello scontro attuale tra India e Pakistan.
Ed è sempre l'Afghanistan, per quella parte del mondo, occidentale e non solo, che più o meno convintamente sta combattendo la guerra al terrorismo, la trincea da difendere ad ogni costo dalle offensive del nemico.
Disinnescare la sporca guerra sotterranea tra India e Pakistan per il controllo dell'Afghanistan dovrebbe quindi diventare una delle priorità assolute degli Stati Uniti e dei loro alleati della Nato. In caso contrario, alle mille difficoltà sul terreno, alla natura ambigua di una guerra nella quale diventa sempre più difficile distinguere gli amici dai nemici, si aggiungerebbe un fardello strategico insormontabile.
Non si può combattere e sperare di vincere una guerra, quando i tuoi due principali alleati nella regione ne combattono una tra di loro, sul tuo stesso terreno, spesso alleandosi con i tuoi stessi nemici.
L’Isi appoggia alcune formazioni talebane in chiave anti-Karzai, l’India ne appoggia altre in chiave anti-pakistana e la Nato sta nel mezzo.
Bene ha fatto il ministro degli Esteri italiano Frattini a proporre per il prossimo anno, quando l'Italia guiderà il G8, una conferenza sull'Afghanistan allargata anche all'India. A patto però, che al di là degli inevitabili salamelecchi diplomatici, si vada al nocciolo della questione. Vale a dire, da un lato garantire al Pakistan che l'India non intende allungare, al di là dei normali accordi commerciali, la propria ombra strategica sull'Afghanistan, e dall'altro farsi garanti nei confronti di Delhi della 'buona condotta' del Pakistan e dei suoi servizi segreti. E lasciare la Nato fare il proprio mestiere di vincere la guerra contro i talebani.
Non è un compito facile, ma non è impossibile. Implica un parziale ripensamento della politica americana nella regione e un'assunzione di responsabilità che finora l'Europa ha mancato di avere. La leva che si può usare è sempre quella ed è la più efficace, sia nei confronti dell'India, in grande ascesa economica, ma anch'essa colpita dalla crisi finanziaria ed economica di questi mesi e bisognosa di sostenere le proprie esportazioni; sia nei confronti del Pakistan, praticamente sull'orlo della bancarotta e in disperata necessità che i miliardi di dollari promessi dal gruppo dei paesi amici si trasformino in realtà.
Uno sguardo ai responsabili del massacro di Mumbai, agli esecutori materiali e ai possibili mandanti.
Una breve premessa, però. Attorno alla 'onnipotenza' dell'Isi si è costruito in questi anni un vero e proprio mito consolatorio, spesso utile a nascondere sconfitte e ritardi dei nostri apparati di analisi e intelligence e spesso a mascherare miopi atteggiamenti politici.
Le prime notizie che filtrano in queste ore parlano del coinvolgimento certo di un gruppo terroristico pakistano solitamente impegnato in Kashmir e contro obiettivi indiani, il Lashkar-e-Toiba.
Il LeT è un gruppo di ispirazione wahabita fondato nel 1986 da Hafiz Mohammad Saeed, quale ala militare del Markaz Dawa Wal Irshad, o Centro per l’apprendimento religioso e la sicurezza sociale. Il LeT e il Markaz stabilirono presto dei campi di addestramento nell’Afghanistan orientale, con lo scopo di partecipare alla jihad contro i sovietici che avevano invaso il Paese nel 1979.
Tra i primi finanziatori del LeT, secondo alcune ricostruzioni, c’era anche Abdullah Azzam, il mentore di Osama bin Laden e fondatore del primo, originario nucleo che poi, su impulso di Osama, avrebbe dato vita ad Al Qaeda.
Nel 1989, dopo la sconfitta dell’Armata Rossa, si pose per il LeT lo stesso dilemma di altre formazioni jihadiste, comprese quelle finanziate o guidate da Osama bin Laden: sciogliersi o continuare?
Il LeT scelse come suo nuovo terreno di battaglia il Kashmir e fu allora che l’Isi, l’intelligence pakistana, che aveva verificato l’affidabilità del LeT in Afghanistan, scelse di sponsorizzare e impiegare l’organizzazione nella guerriglia e negli attentati terroristici contro l’India, sia in Kashmir che sul territorio indiano.
Gran parte delle formazioni jihadiste fondate, adottate o sponsorizzate dall’Isi, rimasero spiazzate dopo l’11/9 e la decisione di Musharraf di schierare il Pakistan al fianco degli Stati Uniti.
Si calcola che dopo il 2002, quando il governo di Islamabad mise al bando gran parte delle formazioni jihadiste, 500mila militanti rimasero più o meno senza lavoro, andando a ingrossare le fila della guerriglia talebana o concentrando i propri sforzi criminali direttamente sulle città pakistane, come segno di vendetta contro Musharraf.
Il LeT beneficiò della benevolenza di Islamabad ben oltre quella data, come testimoniano i campi di addestramento del LeT ancora presenti a Muridke, una cinquantina di chilometri da Lahore, dai quali si ritiene provengano anche i terroristi di Mumbai.
Perfino dopo il gennaio 2004, quando il Pakistan firmò con l’India un accordo nel quale Musharraf si impegnò a impedire che il territorio pakistano fosse usato come base di lancio per attacchi jihadisti contro obiettivi indiani, il LeT continuò a orbitare nella galassia di Islamabad.
Questo accordo provocò una ulteriore ondata di rabbia da parte delle formazioni jihadiste contro Musharraf, ma vide il LeT adottare un atteggiamento insolitamente cauto. E’ probabile che Musharraf e altri generali volessero, al di là dell’ufficialità, mantenere alcune di queste formazioni come una sorta di riserva strategica da impiegare in caso di un nuovo inasprimento della situazione in Kashmir.
E proprio in questa mai cessata vicinanza con l’intelligence di Islamabad sta, secondo molti, la ‘pistola fumante’ di un coinvolgimento più o meno diretto di apparati militari pakistani nelle stragi di Mumbai.
E’ troppo presto per formulare un’opinione definitiva e mi limito a porre alcune domande.
Come è possibile che un’organizzazione che in passato ha fatto ampio uso di attentatori kamikaze, stavolta ne escluda l’impiego correndo il rischio (come è accaduto) che un membro del commando venga arrestato e confessi i legami con il Pakistan?
Come è possibile che una rivelazione così esplosiva, la confessione di una connection con il Pakistan, avvenga poche ore dopo l’arresto?
Più che di una confessione, sembra trattarsi di una vera e propria rivendicazione.
E come è possibile che l’Isi, la potente e scaltra Isi, dissemini la scena del delitto di prove così palesi del suo coinvolgimento, rischiando di portare il proprio Paese sull’orlo di una guerra che il Pakistan, ora più che mai, non ha i soldi e i mezzi per combattere?
E infine, come è possibile che un’organizzazione come il Lashkar-e-Toiba, così radicata nel contesto del conflitto India-Pakistan, sbarchi a Mumbai senza alcuna rivendicazione del proprio obiettivo primario, la liberazione del Kashmir, ma con lo scopo principale, dichiarato dal terrorista catturato, di colpire principalmente cittadini israeliani?
Forse la mano che ha finanziato e armato il commando sbarcato a Mumbai, ha in realtà riannodato i fili di un legame che iniziò a formarsi nei giorni della guerra contro i sovietici, quell’internazionalismo jihadista che ebbe in Abdullah Azzam il suo primo ideologo e in Osama bin Laden il suo leader più celebre.
Nuove e incontrollabili tensioni, addirittura una nuova guerra tra India e Pakistan sarebbero la via più breve e cruenta per una sconfitta occidentale in Afghanistan. E per una vittoria di Al Qaeda.







18 commenti:
Sarebbe il LeT perciò sfuggito di mano all'ISI per riannodare le mai sciolte connessioni con Al Quaeda?
Senza che l'ISI ne sapesse nulla ed anzi, una manovra per destabilizzare ancor più il Pakistan alleato degli USA?
Non è un pò troppo dietrologica la ua analisi?
E' ben vero che lo jihaidismo ha sempre colpito prima il nemico interno (avranno imparato dai comunisti?? ) e poi gli altri, e qui sembrerebbe che possano aver preso due piccioni con una fava, ma vederci una sorta ci accondiscendenza indiana mi pare un pò fortino.
Meglio domande aperte che eventuali affrettate risposte sbagliate, non sei d'accordo Giorgio?
Il tuo post, Passenger, aiuta a capire gli elementi in gioco e le dinamiche in atto
A chi giova la tensione tra Pakistan e India?
in termini di spostamento di truppe, di esasperazione delle tensioni interne religiose ed ideologiche, di elezioni nel 2009
le domande e gli scenari sono tanti
Il colpevole - Miss Scarlatta o il Colonello Mostard del gioco di Cluedo, e poi che succede se si innamorano ?- non è ancora stato individuato. E le armi a disposizione sono sempre molte
Unico elemento chiaro
la guerra inespressa e strisciante tra India e Pakistan,
con le sue conseguenze in Kashmir, poi in Bangladesh, ora in Afghanistan
Bo, io non ci ho capito niente:-(
The attack, started from ISI headquarters and fined-tuned by al-Qaeda, has obviously caused outrage across India. The next issue is whether it has the potential to change the course of India's regional strategy and deter it from participating in NATO plans in Afghanistan.
Allora? Una delle tante versioni
Hai ragione, Giorgio. Tra le tante versioni, c'è una storia rocambolesca di "hijacked operation", con gravi negligenze indiane
Una ridicola nota di speranza, segnalata dal New York Times
Educating Children Empowering communities
http://www.dil.org/
la percezione speculare dell'altro come nemico, difficile da modificare.
Soprattutto se, come nel caso India-Pakistan, gli stati sono nati con terribili massacrati ed il nemico esterno è servito anche a legittimare il potere
e si continua a mettere bombe
dal libro di Tariq Ali "Il Pakistan sulla traiettoria di volo del potere americano"
Pur non condividendo le convinzioni politiche (di sinistra e anti americane) dell'autore, queste affermazioni mi sembrano sensate :-)
"Anche se Washington accettasse una versione ripulita dei talebani, gli altri non lo farebbero ed una serie di nuovi conflitti porterebbe stavolta alla disgregazione dell' Afghanistan. Se questo accadesse, i Pashtun da entrambe le parti della Linea Durand potrebbero decidere di crearsi il proprio stato e suddividere ulteriormente il Pakistan. Al giorno d'oggi tutto suona estremamente inverosimile, ma che cosa accadrebbe se la confederazione di tribù di cui è costituito l'Afghanistan si dividesse in piccoli statarelli, ciascuno sotto la protezione di una potenza più grande?
Ma ritorniamo al cuore del Pakistan, in cui la questione più importante ed esplosiva resta la diseguaglianza sociale ed economica, e il fatto non è slegato dall'aumento delle scuole religiose. Se ci fosse un sistema educativo appena decente, le famiglie povere forse non sentirebbero il bisogno di consegnare un figlio o una figlia ai religiosi, nella speranza che venga vestito, nutrito e istruito. Ci fosse almeno l'ombra di un sistema sanitario, molti verrebbero guariti da malattie contratte a seguito di sfinimento e povertà. Nessun governo, dal 1947, ha fatto molto per ridurre la diseguaglianza. L'idea che la defunta Benazir Bhutto, appollaiata sulla spalla di Musharraf, significasse progresso, era ridicola esattamente come Nawaz Sharif che immaginava milioni di persone a riceverlo al suo arrivo all'aeroporto di Islamabad nel luglio 2007. La prospettiva è desolante. Non c'è alcuna alternativa politica seria al governo militare".
Interessante l'articolo su AOL, della serie mo basta, forse
"Two prominent names came up for discussion. Tightening the noose around such people is one way to cut off support for the Taliban.
Now the US has given the names of four former ISI officials to the United Nations Security Council to put them on a list of international terrorists."
Ci stava bene una bella intervista in Pakistan, dei diretti interessati
Anche qualche domanda sull'Iran
"In May 2008, there were rumors the United States was going to bomb Jerusalem Force training camp in Iran to end the Shia insurgency in Iraq. I asked the former head of Pakistan's Inter-Services Intelligence Organization, Hamid Gul, what he thought about the rumors. Gul had spent most of his career trying to contain Iran, both in Pakistan with its 20 percent Shia population, and in Afghanistan.
"You never slap the King; you kill him," Gul told me.
"You mean the United States has to invade?" I asked.
"Maybe," Gul replied. "But don't forget: you can occupy Iran, but you cannot defeat it."
"The Devil we know, dealing with the new Iranian Superpower" Robert Baer
Talking about Iran, therefore about Hamas and Hezbollah, "Iran may not yet have nukes, but it has three things that are vastly more important: highly developed asymmetrical fighting skills and weapons; a growing number of disaffected, street-smart fighters; and an invincible anticolonial message"
http://transcripts.cnn.com/TRANSCRIPTS/0812/07/fzgps.01.html
CNN interview by Fareed Zakaria
http://transcripts.cnn.com/TRANSCRIPTS/0812/07/fzgps.01.html
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