E Obama sia. Ma poi?
Domani, salvo miracolosi recuperi da parte di John McCain (o clamorose toppe dei vari Mannheimer americani) Barack Obama diventerà il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Autentico fenomeno cross over, della sua capacità di sintesi culturale, di saper mettere insieme Woody Allen e Spike Lee, Bruce Springsteen e Snoop Dogg, football e soccer, si è già scritto e detto tutto. Obama appare quasi universalmente - tranne a quel 45% di americani che presumibilmnete non lo voterà - come il presidente ideale per traghettare l'America (e buona parte del mondo) fuori dalle sciagurate (per i più) paludi degli ultimi otto anni.
Questo consenso generalizzato, se è comprensibile nella maggioranza dell'opinione pubblica, lo è assai meno per quanto riguarda alcuni dei grandi finanziatori e sostenitori di Obama, su tutti Goldman Sachs . E forse, in questa scelta, non è estranea la considerazione, già sperimentata nella gestione di precedenti cicli economici recessivi, per cui è molto meglio far governare il malcontento dalla Sinistra che dalla Destra.
Per inciso, alle tante cassandre ex post, bisognerebbe ricordare che è facile dare ora del pirla ad Alan Greenspan dopo i tracolli di Wall Street e delle Borse mondiali, meno facile fare sfoggio di tanta lungimiranza quando invece l'economia USA, anche all'indomani dell'11 settembre, cresceva a ritmi impensabili per noi europei, ritmi che consentivano anche alle nostre economie di rimanere a galla. Tra l'altro, in pochi, soprattutto a sinistra, hanno il coraggio di riconoscere che il piano di Greenspan di stimolare la domanda interna attraverso il ricorso al credito a buon mercato ha non solo prodotto i crolli di cui oggi siamo testimoni, ma ha anche avuto il merito di rendere accessibili per anni a milioni di consumatori a reddito medio-basso beni, merci e servizi altrimenti inaccessibili.
In un'Europa in gran parte innamorata dell'epopea obamiana, poco o nulla si è ragionato e detto su cosa voglia fare e presumibilmente farà il senatore dell'Illinois una volta insediato alla Casa Bianca. Lasciando da parte il tifo di certa stampa nostrana (ma alcuni quotidiani britannici si sono spinti anche oltre), perennemente infatuata del mito dell''Altra America', basterebbe dare un'occhiata all'ultimo numero del'Economist (pure a favore del candidato Obama) per rendersi conto che l'endorsement incondizionato presenta qualche incognita, al netto delle irresistibili suggestioni evocate dalla figura e dalla retorica di Obama.
'Redistribuire la ricchezza', uno degli slogan più efficaci della campagna elettorale di Obama, omette la condizione per poter essere realizzato in termini pratici: creare la ricchezza. Su questo, Obama poco dice e spiega nel dettaglio. Il probabile presidente, fa molto conto sul suo piano di sviluppo delle energie pulite e alternative, che dovrebbe, secondo le sue intenzioni, creare nel giro di pochi anni 5 milioni di nuovi posti di lavoro in America. La realtà appare più complicata, se è vero che proprio in alcuni settori chiave, come quello dei pannelli solari ad esempio, l'industria USA soffre un gap tecnologico notevole nei confronti di quella europea, con il rischio quindi che gli americani, nel breve-medio periodo, si ritrovino ad essere importatori di tecnologia e non viceversa.
Sempre sul fronte economico, da un punto di vista europeo, come alcuni osservatori più informati e lungimiranti di altri hanno fatto notare, non c'è nulla di cui sorridere di fronte alla prospettiva di una probabile vittoria di Obama, accompagnata da un'altrettanto probabile maggioranza democratica in entrambi i rami del Congresso. Per il neopresidente, infatti, sarebbe assai difficile , soprattutto nei primi tempi, frenare le spinte protezionistiche in materia economica della sinistra del suo partito. La volontà cioè di ripristinare dazi su tecnologie e merci di importazione, sulla quale Obama non si è ancora pronunciato chiaramente. Se non lasciandosi andare in alcuni comizi, come quello di ieri in Ohio, nei quali ha detto, sempre con riferimento al suo piano energetico, di voler vedere le strade americane solcate da milioni di nuove vetture ibride (carburante tradizionale + motore elettrico o gas) prodotte in America e non all'estero. Una notizia non proprio incoraggiante per i produttori giapponesi e sud coreani, ma nemmeno per quelli europei come Volkswagen, più avanti di altri su questo fronte.
Per non parlare del fatto che l'annunciata riforma fiscale di Obama, con un aumento delle tasse per chi guadagna al di sopra dei 250mila dollari, se lascerà perlopiù indifferenti i super ricchi, finirà per colpire la classe medio-alta e indirettamente una parte significativa dell'export europeo (e italiano) di qualità. Meno soldi da spendere, meno diavoli vestiti Prada in giro.
Si obietterà, cos'è una borsetta venduta in meno di fronte al grande progetto di cambiare l'America e il mondo? Un'inezia, certo, ma poi andatelo a spiegare all'operaia che cuce le borsette di Prada quando il suo posto di lavoro sarà a rischio.
Sul fronte della politica estera, in particolare delle politiche di sicurezza, il record di Obama è praticamente inesistente. La campagna elettorale ci ha soprattutto mostrato un candidato democratico molto (e comprensibilmente) ansioso di mostrarsi più determinato del suo avversario repubblicano. Il rischio è che Obama, cui pure non mancano (e lo ha dimostrato alal grande nelle Primarie e in tutta la campagna elettorale) capacità decisionali e organizzative finisca, almeno nei primi due anni della sua presidenza, di rimanere schiacciato sulle analisi degli apparati del Dipartimento di Stato, del Pentagono e dell'intelligence, accomunati (per reazione alla controversa avventura irachena) da un controproducente eccesso di cautela.
Dell'appoggio e delle decisioni del presidente avrà invece molto bisogno il generale David Petraeus, appena insediatosi al vertice del Centcom, il Comando americano che sovrintende anche alle operazioni in Afghanistan, terreno risolutivo per vincere la guerra al terrorismo. Senza l'appoggio incondizionato che gli garantirebbe invece McCain Petraeus, che coordinerà uno staff di generali, potrebbe correre il rischio di vedere attuate con assai meno convinzione ed efficacia le strategie, in parte mutuate dai suoi successi in Iraq, necessarie per vincere la guerra anche in Afghanistan.
Sempre sul fronte della guerra in Afghanistan e della complicatissima situazione in Pakistan, che cosa risponderanno gli alleati europei della NATO a un Obama che, mondato della compromessa eredità morale (agli occhi degli europei) di Bush chiederà più truppe e mezzi per combattere i talebani e stanare i militanti di Al Qaeda? Come lo spiegheranno alle tante anime belle che compongono il loro elettorato e che per tutti questi mesi hanno osannato Obama come una sorta di nuovo leader del Fronte Arcobaleno?
E ancora, come saprà interagire il probabile presidente Obama con un possibile primo ministro israeliano Netanyahu? Quali nuove idee il neopresidente saprà portare sull'eterna scacchiera diplomatica e militare del conflitto mediorientale?
Una minaccia su tutte, quella del nucleare iraniano, caratterizzerà in senso positivo o negativo la presidenza di Obama (e le sorti di una fetta consistente del mondo), così come le reazioni all'11 settembre hanno caratterizzato (a ognuno la sua opinione) quella di George W. Bush. In casa nostra, al di là del folkore di alcune dichiarazioni, non è un mistero che si tifi Obama, sia a sinistra (comprensibilmente) che in ampi settori di destra (assai meno comprensibilmente). A questo atteggiamento da destra, non è estraneo il rapporto che la diplomazia italiana sta costruendo da anni con la Russia di Putin, del quale McCain disse, 'L'ho guardato negli occhi e ci ho letto KGB', e sul quale Obama è assai più cauto.
Vada come vada, resta sempre e comunque l'ammirazione per un Paese che sa creare le condizioni per cui il nipote di un contadino del Kenya, figlio di un immigrato, ha la possibilità di scrivere il suo nome nei libri di storia, come 44esimo presidente della nazione più potente del mondo.
Per non parlare del fatto che l'annunciata riforma fiscale di Obama, con un aumento delle tasse per chi guadagna al di sopra dei 250mila dollari, se lascerà perlopiù indifferenti i super ricchi, finirà per colpire la classe medio-alta e indirettamente una parte significativa dell'export europeo (e italiano) di qualità. Meno soldi da spendere, meno diavoli vestiti Prada in giro.
Si obietterà, cos'è una borsetta venduta in meno di fronte al grande progetto di cambiare l'America e il mondo? Un'inezia, certo, ma poi andatelo a spiegare all'operaia che cuce le borsette di Prada quando il suo posto di lavoro sarà a rischio.
Sul fronte della politica estera, in particolare delle politiche di sicurezza, il record di Obama è praticamente inesistente. La campagna elettorale ci ha soprattutto mostrato un candidato democratico molto (e comprensibilmente) ansioso di mostrarsi più determinato del suo avversario repubblicano. Il rischio è che Obama, cui pure non mancano (e lo ha dimostrato alal grande nelle Primarie e in tutta la campagna elettorale) capacità decisionali e organizzative finisca, almeno nei primi due anni della sua presidenza, di rimanere schiacciato sulle analisi degli apparati del Dipartimento di Stato, del Pentagono e dell'intelligence, accomunati (per reazione alla controversa avventura irachena) da un controproducente eccesso di cautela.
Dell'appoggio e delle decisioni del presidente avrà invece molto bisogno il generale David Petraeus, appena insediatosi al vertice del Centcom, il Comando americano che sovrintende anche alle operazioni in Afghanistan, terreno risolutivo per vincere la guerra al terrorismo. Senza l'appoggio incondizionato che gli garantirebbe invece McCain Petraeus, che coordinerà uno staff di generali, potrebbe correre il rischio di vedere attuate con assai meno convinzione ed efficacia le strategie, in parte mutuate dai suoi successi in Iraq, necessarie per vincere la guerra anche in Afghanistan.
Sempre sul fronte della guerra in Afghanistan e della complicatissima situazione in Pakistan, che cosa risponderanno gli alleati europei della NATO a un Obama che, mondato della compromessa eredità morale (agli occhi degli europei) di Bush chiederà più truppe e mezzi per combattere i talebani e stanare i militanti di Al Qaeda? Come lo spiegheranno alle tante anime belle che compongono il loro elettorato e che per tutti questi mesi hanno osannato Obama come una sorta di nuovo leader del Fronte Arcobaleno?
E ancora, come saprà interagire il probabile presidente Obama con un possibile primo ministro israeliano Netanyahu? Quali nuove idee il neopresidente saprà portare sull'eterna scacchiera diplomatica e militare del conflitto mediorientale?
Una minaccia su tutte, quella del nucleare iraniano, caratterizzerà in senso positivo o negativo la presidenza di Obama (e le sorti di una fetta consistente del mondo), così come le reazioni all'11 settembre hanno caratterizzato (a ognuno la sua opinione) quella di George W. Bush. In casa nostra, al di là del folkore di alcune dichiarazioni, non è un mistero che si tifi Obama, sia a sinistra (comprensibilmente) che in ampi settori di destra (assai meno comprensibilmente). A questo atteggiamento da destra, non è estraneo il rapporto che la diplomazia italiana sta costruendo da anni con la Russia di Putin, del quale McCain disse, 'L'ho guardato negli occhi e ci ho letto KGB', e sul quale Obama è assai più cauto.
Vada come vada, resta sempre e comunque l'ammirazione per un Paese che sa creare le condizioni per cui il nipote di un contadino del Kenya, figlio di un immigrato, ha la possibilità di scrivere il suo nome nei libri di storia, come 44esimo presidente della nazione più potente del mondo.







9 commenti:
Io la penso come te. Ma molti americani mi hanno detto di avere bisogno di ispirazione, nuova linfa vitale
io penso(dal basso della mia inesperienza)che domani obama vincerà e che quel 45% che dovrebbe votare il vecio diminiuirà.good save obama!
Buon per te:-) un motivo in più per essere contenti
MA poi, ma poi, sarà un po' come morire...
Mitica Giorgia, mi sa che voterebbe Obama. Mica quella mummia di McCain
Sono convinto che le borse accetteranno di buon grado la quasi sicura vittoria di Obama.
Credo con una certa probabilita' che anche a livello di frizioni internazionali, almeno inizialmente non ci saranno accadimenti destabilizzanti.
Non mi piace questo atteggiamento tardivamente servile, delle diplomazie europee storicamente a destra e degli stessi politici di centro-destra italiani che improvvisamente vedono Obama con simpatia o quelli di centro-sinistra o meglio, sinistra-centro che affermano diessere a lui eguali.
In Italia ci sono molti che vedono similitudini tra l'elegante e carismatica comunicativa del senatore democratico, l'aggressivo populismo mediatico di Berlusconi, e il raffazzonato tentativo di aggregazione trasversale di Veltroni. Cio' non corrisponde a verita'.
Le piazze si possono riempire in tanti modi, anche con la partecipazione di bambini a cortei politicizzati. Il messaggio pero' che riceve la gente, e' molto variegato a seconda di chi lo diffonde e con quali strumenti.
Frattini sul Giornale ha asserito la solita cosa all'italiana: Berlusconi somiglia sia ad Obama che a McCain. Si e' tenuti buoni sfacciatemente tutti e due.
Anch'io ho valori di destra(non di centro-destra ne' di destra- centro) ma in tempi non sospetti ho dichiarato la mia simpatia, il mio appoggio seppur inutile in termini diretti per Obama proprio su questo blog.
Non si tratta piu' di logiche politiche. E' il ruolo dell'America che va a cambiare nel mondo. Obama ne e' il miglior rappresentante.
Quando sventola la bandiera americana si evocano valori fondamentali. Quando sventola quella italiana purtroppo vanno alla mente retaggi storico politici appartenenti a stereotipi obsoleti.
Per tale motivo mi definisco un conservatore progressista. Una persona attenta alla storia, al patrimonio, ai simboli del mio pasese ma anche fortemente proiettato al futuro, al cambiamento, all'innovazione sociale ed anche culturale della terra in cui vivo.
angelo d'amore
Peccato per McCain, almeno scompare dalla scena quella orrenda persona di Sarah Palin
Yes we can, se po fa
L'ormai famoso poster di Obama
MalcomX e Angela Davis
la militanza del movimento afroamericano statunitense, la contestazione del capitalismo sfrenato, la derisione delle scelte belliche di Bush
Tutto contenuto nel lavoro dello street artist Shepard Fairey...
che a dire il vero ha un po’ stufato
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