The Passenger

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16/07/08

Is Greed Still Good? Gordon Gekko, Ci Manchi.

Più che il Sol dell'Avvenir, poté il petrolio (e i mutui subprime, e l'inflazione, e tutti i presunti mali della globalizzazione, eccetera eccetera). Il mondo torna a dividersi tra chi applaude al fondamentale monologo di Michael Douglas/Gordon Gekko in 'Wall Street' e chi invece invece lo ritiene un crimine contro l'umanità.
"Greed is Good", sentenziava a pieni polmoni Gekko dopo l'ennesima e vittoriosa Opa, annunciando dolorose ristrutturazioni societarie, senza incertezze né sensi di colpa, davanti a un'assemblea di supermanager via via più ostili e preoccupati e piccoli azionisti via via più convinti e fiduciosi.

L'Avidità (o l'ingordigia, o la cupidigia: nella traduzione italiana non si va al di là dei toni apocalittici da sette peccati capitali, ma in altre lingue 'greed' significa anche 'sete', 'voglia') è una cosa buona. E' il motore del capitalismo, è il presupposto per la creazione del profitto, quindi della ricchezza, ché se vuoi ridistribuirla, prima devi crearla. Chissà se Oliver Stone, genio moralista, aveva immaginato che il vero eroe del film, soprattutto grazie al monologo, alla fine sarebbe risultato Gordon, invece della coppia padre-figlio Martin-Charlie Sheen.

Con Martin che interpretava il maturo sindacalista di una compagnia aerea nel mirino di Gekko, di sani principi liberal e scarsa attitudine al profitto, di quelli che hanno mandato a picco tutte le compagnie aeree USA negli anni '80 e di cui pure è stracolma l'Alitalia. E Charlie giovane e aspirante rampante di Wall Street, che inizia col piglio di Matteo Cambi e scalata facendo si converte al veltronismo.

Il monologo, dicevamo, torna di moda sulla scia della contrapposizione in voga in questi ultimi tempi tra capitalismo buono e cattivo, tra chi, come Giulio Tremonti, denuncia gli 'speculatori' e chi invece risponde che, ai fini del capitalismo, e quindi a beneficio di noi tutti che in tale sistema viviamo (e manco malaccio in fondo), "Greed is Good".

Proprio sulla questione delle speculazioni sul petrolio denunciate da Tremonti (ma anche dal Congresso USA nel quale sono state presentate ben dieci proposte di legge anti speculazione) si è speso un paio di settimane fa The Economist in un articolo intitolato 'Don’t blame the speculators'. L'autore ci spiega che chi sta puntando il dito contro gli speculatori, ritenuti i principali responsabili del vertiginoso aumento dei prezzi del greggio, in realtà sta cercando "una scusa". I futures e tutte le altre opzioni che scommettono sul prezzo futuro del petrolio, non avrebbero nessuna o poca influenza sul prezzo finale del greggio, essendo la moneta nella quale vengono effettuate queste transazioni, appunto moneta e non barili di petrolio. Non ci sarebbe quindi alcun limite alla quantità di scommesse che possono essere fatte e, poiché nessun barile di petrolio viene trattenuto dal mercato in virtù di queste scommesse, esse influenzano il prezzo finale alla stessa stregua di quanto le scommesse su una partita di calcio ne influenzino il risultato.

Gli speculatori, continua il settimanale britannico, svolgono un ruolo importante nello stabilire il prezzo del petrolio e di altre materie prime, ma lo fanno in base alle loro aspettative sulle future tendenze di domanda e offerta, non basandosi su capricci. Se fossero in qualche modo riusciti a spingere i prezzi del petrolio a livelli insostenibili, la domanda avrebbe subito una forte contrazione, lasciando enormi quantità di petrolio invendute. E questo non accade.

Nonostante la loro pessima reputazione, conclude l'Economist, chi specula sul petrolio svolge in realtà un servizio vitale, consentendo alle linee aeree e ad altri grandi consumatori di petrolio, di prevedere e quindi proteggersi dall'aumento dei prezzi. Allo stesso tempo, gli speculatori consentono ai produttori di petrolio di prevedere i ricavi futuri e quindi pianificare con maggiore fiducia gli investimenti e accedere in maniera più conveniente al credito. E questo, a lungo termine, dovrebbe aiutare il ribasso dei prezzi. Al contrario, è probabile che ogni tentativo di fermare la speculazione renda la vita più difficile alle aziende e faccia diventare il petrolio ancora più caro.

Sempre della questione 'Greed is Good', sì o no, declinata in un articolo di Andrew Ferguson dal titolo 'Self-Interest is Bad?', si scrive nell'ultimo numero del The Weekly Standard. Ferguson se la prende con la mania dei due candidati alla presidenza USA, Obama e McCain, di fare continuamente appello nei loro discorsi agli elettori (ha iniziato McCain e Obama ovviamente ha copiato) alla retorica dell''impegno in una causa superiore, che vada al di là del semplice interesse personale". Sia Obama che McCain, scrive Ferguson, nel lanciare il loro appello allo spirito di servizio e all'altruismo disinteressato degli elettori, criticano anche la scelta di Bush (ormai un punching-ball di default per chiunque voglia strappare un facile applauso) di invitare gli americani ad "andare a fare shopping" all'indomani dell''11 settembre.

Ora, dico io, tutti quelli che hanno onestà intellettuale capiscono che l'appello di Bush agli americani, 'Go shopping', fatto con le macerie delle Torri Gemelle ancora fumanti, aveva la funzione di rassicurare, ristabilire un senso di normalità e impedire un brusco stop dei consumi (e quindi dell'economia) indotto dalla paura della gente di uscire per strada. Entrambi i candidati alla presidenza ci tengono a far sapere che in quella circostanza, loro non avrebbero invitato gli americani ad andare a fare shopping, ma gli avrebbero bensì "chiamati al dovere". Insomma, se fosse capitato a loro, Obama e McCain avrebbero chiesto ai loro compatrioti di andare a spalare a mani nude Ground Zero, oppure di comprarsi un biglietto aereo per Kabul per andare a prendere a calci in culo Osama e il Mullah Omar.

La risposta a questa retorica dello 'spirito di servizio' la dà Ferguson, domandandosi: "Che c'è di male nel perseguire il proprio interesse? E' sicuramente vero che gli americani perseguono il proprio interesse personale e questa è una buona cosa. Entrambi i candidati presidenziali sono uomini ricchi. McCain attraverso il suo matrimonio con l'ereditiera di un impero della birra e Obama attraverso i soldi guadagnati con i suoi libri. Ma nessuno dei due sembra comprendere il funzionamento della prosperità collettiva. Il capitalismo democratico considera l'interesse personale degli esseri umani come un dono e lo organizza e convoglia in modo che esso funzioni a beneficio di tutti. Senza interesse personale non ci sarebbe distribuzione di birra o negozi di liquori, nessuna casa editrice o nessuna libreria e sia Obama che McCain sarebbero enormemente, e letteralmente, assai più poveri".

Insomma, aveva ragione Gordon Gekko.

03/07/08

"Calipari Friendly Fire"

E' andato in onda sul Al Jazeera International "Calipari Friendly Fire", il documentario realizzato da Fulvio Benelli ed Emanuele Piano sulla vicenda della uccisione di Nicola Calipari in Iraq. Come qualcuno ricorderà, in un precedente post avevo polemizzato con gli autori del documentario, annunciato da un articolo del Corriere della Sera.
Benelli, si è risentito e in una email ha a sua volta polemizzato con me sostenendo, non del tutto a torto, che prima di giudicare avrei dovuto almeno guardarlo il documentario. Ho allora spiegato a Benelli che avevo polemizzato sulla base dell'articolo del Corriere nel quale si raccontava, tra l'altro, della 'benedizione' data al documentario da Giuliana Sgrena e di alcune dichiarazioni dello stesso Benelli sul ruolo degli americani nella vicenda e in generale sulla guerra in Iraq.
La mia contestazione, insomma, era alla tesi del documentario, così come riportata dal Corriere, che gli americani volessero in qualche modo far pagare a Calipari la sua ostinazione a trattare con i rapitori e la sua contrarietà a un blitz per liberare l'ostaggio. Quanto alla Sgrena, che sostiene in ogni occasione che gli americani volevano farla fuori a causa dei suoi 'sconvolgenti' reportage dall'Iraq, personalmente la ritengo una mitomane.

Alla fine, scrivi che ti riscrivi, con Benelli ci siamo trovati d'accordo su molte cose. A cominciare dal fatto - questa l'idea che mi sono fatto sulla vicenda in base agli elementi che ho e questa anche l'idea di Benelli a quanto pare - che Calipari non fu ucciso di proposito e che sia valida l'ipotesi che Calipari abbia 'accelerato' la liberazione e il rimpatrio della Sgrena, agendo fuori dagli schemi precedentemente concordati con le autorità americane. Il caos, di una zona di guerra, la paura dei soldati ai check point, il clima di terrore che c'era in quei giorni a Bagdhad a causa dei ripetuti attentati, avrebbero portato poi a una tragedia non premeditata. Un incidente di guerra.

Sul fatto che Lozano non sia stato il solo a sparare, ma vi siano stati anche altri, Benelli porta a sostegno della sua tesi le perizie balistiche. Su questo punto preferisco non pronunciarmi. Quanto alle dichiarazioni di Benelli sulla attuale situazione in Iraq, "la guerra va male, gli americani non hanno il controllo", da me contestate, sembra che siano state distorte o riportate in maniera non del tutto corretta. Quanto infine alla Sgrena, nemmeno Benelli sembra concordare con le sue tesi.

Detto questo, purtroppo a causa del lavoro e di questioni personali non ho ancora avuto modo di vedere il documentario, ma Benelli mi ha inviato i due link per la visione che riporto qui di seguito
(1a parte http://www.youtube.com/watch?v=8nXTm8zC5I0) e
(2a parte http://www.youtube.com/watch?v=UcZiLLM-k-M)

Vi invito a guardarlo - lo farò anch'io - e poi, se vi va, discutiamone.

Buona visione.

27/06/08

Parla solo di fiche e barche, ma bentornato Lippi!

E' stato già detto, ma lo dico anche io: la copertura Rai degli Europei di calcio è una autentica schifezza. Dalla grafica, degna di una TV locale di quart'ordine (ma chi le inventa queste grafiche? chi le approva?), alle telecronache, ai servizi, agli allucinanti siparietti notturni, con Teocoli che non fa più ridere, Volpi e De Luca che si odiano (Volpi voleva il posto che poi è stato dato a De Luca), Bartoletti (ma non l'avevano mandato via?) che tenta in tutti i modi di fare il Brera della situazione, ma invece che ironico risulta solo saccente e decisamente iettatorio. E poi quanta ipocrisia, quanto leccaculismo, quanta finta ingenuità. Tutti a domandarsi, ma Donadoni si dimette? perché non si dimette? E nessuno a dire: se si dimettesse, dovrebbe rinunciare alla buonuscita che aveva concordato con la Figc, 500mila euri mi sembra. E dopo ancora a domandarsi, ma perché Lippi due anni fa si dimise? E nessuno a dire quello che sanno tutti: perché aveva il figlio sotto indagine e voleva starsene tranquillo fuori dai riflettori per un po'.


In un Paese in cui tutti (ora va di moda) invocano il merito e la responsabilità legata ai risultati, il calcio è veramente l'unico ambito professionale in cui se toppi, vai a casa. Giocatori scarsi o inutili o semplicemente inadatti alla squadra vengono ceduti, idem per gli allenatori. E allora dov'è lo scandalo? Probabilmente alla Rai temono che se il principio venisse esteso, molti dipendenti della TV pubblica dovrebbero essere cacciati a calci nel sedere, a cominciare dagli ideatori e conduttori di 'Notti europee'.


Bartoletti ancora ieri sera difendeva con incomprensibili paradossi Donadoni e diceva che non era giusto licenziarlo così. A Bartoletti e a quelli come lui piacciono i tipi alla Donadoni, quelli che in fondo perdere non è una tragedia perché la vita è altrove, non è mica da questi particolari che si giudica un allenatore. Discorso buono se fai l'insegnante di filosofia in un liceo, ma meno comprensibile se alleni la squadra Campione del Mondo (e la squadra quest'anno secondo me era anche più forte di quella del Mondiale), perché a quel livello nel calcio la vittoria è tutto. E se non vinci, almeno gioca bene e Donadoni manco quello. Senza contare che uscendo ai quarti mi ha pure rovinato la trasferta a Vienna per la semifinale e (eventuale) finale. Ben venga Lippi, quindi. Meno discreto, meno democratico, meno perdente di Donadoni, meno tipo alla Bartoletti. Lippi è quello che nelle intercettazioni di Calciopoli non ci fa una bella figura, non tanto per le chiacchierate con Moggi, quanto per quel giudizio intercettato e dato da non mi ricordo chi, forse lo stesso Moggi: "Lo sai come è Lippi, parla solo di fiche e di barche". Sarà anche vero, però io ai Mondiali in Germania c'ero e cazzo fu un mese fantastico. Ps: per giunta, Lippi riporta Totti in Nazionale.

22/06/08

When Your Mind's Made Up

Once è un film fantastico. Se non l'avete già fatto, andate a vederlo. Gli irlandesi quest'anno ci hanno regalato due belle cose. Una è questo film, l'altra è la bocciatura del Trattato di Lisbona.


When Your Mind's Made Up - clip from the movie 'Once'. Thanks Beatlebob

19/06/08

Lasciate riposare in pace Calipari

Ognuno fa il suo mestiere e nessuno qui ha intenzione di negarlo. Però, però.... c'è un modo tutto italiano di fare certi mestieri e di trasformare certe tragedie, grandi o piccole, banali o premeditate, in diabolici complotti dei 'cattivi' (sempre quelli e sempre loro) ai danni dei 'buoni' (variabili a seconda dell'opportunità del momento: ecco allora che 'il fascista' Montanelli, nelle celebrazioni di certe associazioni di giornalisti diventa oggi un gigante della democrazia e della libertà di stampa, tale da contrapporlo al tiranno Berlusconi e poi magari scopri che quelli che oggi celebrano pelosamente Montanelli, sono gli stessi che venti o trent'anni fa gli davano appunto del fascista).

L'ultimo complotto, in realtà mai sopito, è quello svelato alla vigilia della sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato che Mario Lozano, l'artigliere americano che ha sparato e ucciso l'agente del Sismi Nicola Calipari non può essere processato in Italia in quanto la giurisdizione italiana è nulla su questo fatto avvenuto tre anni fa a Bagdhad. E ce lo svelano tali Fulvio Benelli ed Emanuele Piano, autori del documentario-inchiesta 'Calipari Friendly Fire', benedetto dalla giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena e a breve trasmesso da quei campioni di obiettività giornalistica di Al Jazeera International.
La tesi del documentario, che argomenta che Lozano non fu il solo a sparare quella notte, è che gli americani, contrari alla prassi italiana di pagare i riscatti per gli ostaggi (i cui soldi servivano alla guerriglia per comprare armi ed esplosivi che poi avrebbero ucciso soldati della coalizione e civili innocenti), volevano tentare un blitz per salvare la Sgrena, avendone individuato il luogo della prigionia. Di qui la fretta di Calipari e degli altri agenti del Sismi, preoccupati dell'incolumità dell'ostaggio, nell'accelerare l'operazione. Di qui infine il caos di quella notte, la mancanza di comunicazioni, la tragedia. Del resto, la Sgrena ha sempre sostenuto (dimostrando un'idea di sé e del suo lavoro decisamente fuori dalla realtà delle cose) che gli americani la volevano far fuori perché i suoi reportage svelavano 'il lato sporco della guerra'. Peraltro, uno degli autori, Benelli, che dice di aver lavorato oltre un anno all'inchiesta, deve essersi perso probabilmente qualche dettaglio per strada visto che ha dichiarato che "gli americani non hanno il polso della situazione, per questo la guerra va male".
Poteva forse essere vero nel 2005, ma certo oggi non lo è più, come riconosciuto da tutta la stampa, anche quella liberal, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. E' chiaro però che per vendere meglio un prodotto così congegnato bisogna continuare fuori tempo ad avvalorare l'idea del 'disastro iracheno', altrimenti che senso avrebbe tutta l'operazione? La vicenda di Calipari verrebbe inevitabilmente (e certo dolorosamente per i suoi cari) derubricata a semplice 'incidente di guerra', senza quell'aurea di 'tragedia' maturata all'ombra di minacciosi complotti. Dispiace, dispiace molto, perché c'è di mezzo la morte di un uomo sicuramente valoroso, ma ammetterlo non rende meno nobile o meno importante la sua morte: quello fu un incidente. Di guerra.

Scegliere

Ho letto oggi, come molti, la notizia terribile di quel padre che in Inghilterra, in seguito a un banale incidente con una canoa, ha dovuto scegliere se salvare, tra i suoi due figli gemelli, il maschio o la femmina. Scelse il primo, lasciando involontariamente soccombere e annegare la bambina e oggi è tormentato dal rimorso e dal demone del dubbio. Inevitabile, nell'allestire la notizia, il riferimento a 'La scelta di Sophie', il film tratto dal romanzo di William Styron, nel quale Meryl Streep, per salvare il figlio maschio, sacrifica la figlia femmina all'inferno di Auschwitz.

E' la scelta, quindi, la più naturale, ma anche la più terribile delle esperienze umane. E la mancanza di scelta è una delle condizioni più mortificanti, forse la più mortificante, per un uomo. 'La Scelta' è il fondamento di ciò che siamo, almeno da duemila anni. Dio ha scelto di sacrificare sulla croce il suo unico figlio per salvare milioni di altri suoi figli sparsi per il mondo.
Sarà per questo, immagino, che la possibilità di scelta, quando essa si presenta, ci pone di fronte quasi sempre a due sentimenti contrapposti: abilitati a poter scegliere, quindi liberi, nella nostra ansia di potenza ci sentiamo vicini a Dio, accompagnati da un senso di fuorviante euforia; ma quasi contemporaneamente veniamo rosi dal dubbio, consapevoli come siamo che il nostro concetto di giusto e sbagliato è inevitabilmente miope e zoppo. Non possiamo sapere tutto, prevedere tutto, immaginare tutto, comprendere tutto. Sarà anche per questo che spesso finiamo per vivere non in funzione delle nostre scelte, ma semplicemente per giustificarle. Boh....

Altri riferimenti letterari che mi sono venuti in mente leggendo quella notizia. Ho pensato a Ivan, il ribelle dei Karamazov di Dostoevskij, che scandalosamente domanda: "Padre, perché i bambini muoiono?".

13/06/08

Considerazioni finali sulla visita del presidente degli Stati Uniti George W. Bush in Italia

Goodbye My Lover (James Blunt) acoustic cover by The BathroomGirl (www.myspace.com/thebathroomgirl)

11/06/08

Welcome back Mr. President

George W. è arrivato a Roma, tappa italiana del suo farewell tour nel Vecchio Continente. Benvenuto. Anzi, bentornato. Sui rapporti tra Stati Uniti e Europa, sul fatto che Bush lascerà al suo successore, McCain o Obama, un'eredità tuttosommato positiva e in ulteriore miglioramento, c'è un bell'articolo sul Wall Street Journal di ieri firmato da Matthew Kaminski (Bush Leaves a Robust Atlantic Alliance, After All). Come invece la pensi la meglio gioventù del giornalismo europeo, valga per tutti la copertina dell'ultimo numero dell'Economist, con le foto di Obama e McCain e il titolo, 'America at its best', in evidente contrapposizione alla 'America at its worst', evidentemente rappresentata, secondo il settimanale britannico, dal presidente uscente. Sempre per citare l'Economist, a me piace ricordare una copertina pubblicata quattro anni fa al termine del primo mandato, con un Bush sorridente, che sventola il suo cappello da cowboy e il titolo, 'Je ne regrette rien'.

Quanto alla accoglienza che il presidente americano riceverà dal governo italiano e dalle massime istituzioni del Paese, rispetto alla precedente visita ci sarà la stessa differenza che passa tra Berlusconi e Prodi. Vale a dire, tra chi riconosce il valore e l'importanza dell'alleanza con gli Stati Uniti e i prezzi che a volte occorre pagare per onorare l'appartenenza al club occidentale, e un uomo che per tutta la vita si è accomodato pigramente sui divani del club, ma per calcolo e convenienza politica ha passato gli ultimi anni a criticare il fondatore, senza mai avanzare una proposta alternativa che avesse un minimo di credibilità.

Personalmente non mi nascondo nulla degli errori fatti dalla amministrazione americana dal 2003 a oggi, in Iraq e non solo, ma resto convinto che la scelta di fondo fosse giusta e che, sebbene oggi Bush sia "radioattivo", al punto da mettere in serio imbarazzo lo stesso McCain, come ha scritto qualche giornale, la Storia gli renderà giustizia e sarà ricordato come un presidente che la Storia ha tentato di forgiarla, invece che subirla.

C'è, come al solito, nelle strade, nei giornali, nei partiti, nei sindacati, nei salotti, ecc., il consueto residuo di ideologismo, antiamericanismo d'accatto, cattiva informazione e via declinando tutti i vizi del finto ribellismo snob all'italiana, per cui la visita di Bush torna utile ai vari Bernocchi e Padellaro di questo nostro strano Paese, soprattutto per dare testimonianza di sé.

Mi sfuggono, tanto per dirne una, le ragioni di chi considera la visita di un capo di Stato a Roma una "rottura di coglioni" per la città, mentre la pavloviana e inutile marcia dei 'No War', quella sì una rottura di coglioni che paralizza la città, viene salutata come una vitale dimostrazione di democrazia.

Per il resto, mi dispiace di non poter fare il mio lavoro di cronista in occasione della visita. Avrei rivisto volentieri, probabilmente per l'ultima volta, George W. Un certo rinnovato vitalismo che aleggia da queste parti impone a oltranza la regola del famolo strano. Poiché non ho abbastanza talento per fare pezzi sui colori e le fogge delle cravatte dello staff bushiano o per scoprire se a Washington c'è ancora chi mette i calzini corti o si è finalmente passati tutti a quelli lunghi, me ne resterò in redazione.

05/06/08

Dov'è Auschwitz? Obama, Ahmadinejad e l'antisemitismo di ritorno

"Dov'è Auschwitz? L'abissale ignoranza di Obama della storia della Seconda Guerra Mondiale". E' il titolo dell'articolo di apertura dell'ultimo numero della newsletter di newtrendmag.org, autodefinitosi "The Biggest Islamic web site in the USA", a cura di tale Kaukab Siddique. Si tratta di un sito di propaganda islamista, violentemente antisemita, animato da un gruppo di pakistani residenti in America, di cui ho già parlato in un precedente post.

La ricevo regolarmente ogni settimana, per ragioni che posso immaginare. Quando lavoro tendo a lasciar parlare i miei interlocutori e a tenere per me le mie opinioni. Questo autorizza alcuni di essi a considerarmi un simpatizzante o, quantomeno, un non antipatizzante. Newtrendmag.org è anche la dimostrazione - una delle tante - che l'America è un Paese democratico, che non persegue i reati di opinione, per quanto odiose alcune opinioni possano essere.

In "Dov'è Auschwitz?", Siddique ci racconta che durante un discorso per il Memorial Day (quest'anno il 26 maggio), Barack Obama ha detto, con una certa gravità, che suo zio era stato uno dei soldati americani che avevano liberato Auschwitz dai nazisti nel 1945. Il problema - nota giustamente Siddique - è che gli americani non hanno mai liberato Auschwitz, furono i sovietici a farlo. E per giunta, nota sempre Siddique, Obama non ha uno zio! Il giorno dopo la dichiarazione di Obama, continua l'autore, il suo staff si affrettò a spiegare che Obama in realtà intendeva dire che un suo "prozio" aveva liberato un sottocampo del complesso di Buchenwald in Germania. Conclusione? "Obama non ha la minima idea di quello che dice, voleva semplicemente compiacere i suoi sostenitori ebrei". E' proprio a causa di questa ignoranza degli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale - sostiene l'autore di newtrend.org - che la propaganda sull'Olocausto riesce a diffondersi così facilmente. Segue poi una lista di "fatti" che, secondo Siddique (che pesca dalla peggiore storiografia negazionista, citando anche David Irving), dimostrerebbero che l'Olocausto è in realtà un'invenzione degli ebrei.

L'articolo è uscito alla vigilia della conquista ufficiosa della nomination democratica e del discorso che Obama ha tenuto a Washington alla Convention dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), nel quale ha dichiarato che gli Stati Uniti resteranno sempre "al fianco di Israele", e anche che, "farò tutto ciò che è in mio potere per impedire l'atomica iraniana". Parole che forse non hanno fatto grande piacere all'estimatore di Hamas Jimmy Carter, la cui parabola senile ricorda per certi versi quella del nostro Francesco Cossiga e le sue esternazioni a favore dell'Eta ai tempi di Aznar.

Ne parlo non perché io voglia sottolineare l'"ignoranza di Obama" (la scarsa conoscenza della storia europea è comune a molti americani ed è perdonabile non sapere che Auschwitz fu liberato dai sovietici e non dalle truppe di Patton), ma perché questi argomenti (l'ignoranza dei fatti, la sudditanza psicologica, la relativizzazione dell'Olocausto), sono gli argomenti preferiti di certa propaganda islamista e antisemita che, ad un certo punto, ha pensato di vedere in Obama se non un interlocutore ragionevole, quantomeno un avversario meno intransigente degli altri candidati alla Casa Bianca e, ovviamente, del presidente Bush. I toni sono cambiati repentinamente.

Ora che Obama ha la possibilità di diventare presidente degli Stati Uniti e dopo che in parte ha chiarito le sue posizioni su Israele e Iran (ma restano ambigue quelle sull'Iraq e sulla Guerra al Terrore), si scatenerà su di lui la stessa propaganda, la stessa ferocia, riservata a qualunque altro candidato che si rifiuti di mettere in discussione alcuni dei cardini della politica estera e di sicurezza americana. E sarà anche interessante vedere da qui alle elezioni di novembre l'atteggiamento di Louis Farrakhan, il leader della Nazione dell'Islam, la principale organizzazione dei musulmani neri d'America, accusato più volte di atteggiamenti antisemiti, dal cui abbraccio Obama ha già cercato di liberarsi nel corso delle primarie.

L'altra sera (dopo essermi sorbito il discorso da lui fatto al Vertice della Fao) ero nell'albergo romano che ha ospitato l'incontro tra il presidente iraniano Mahmood Ahmadinejad e alcuni imprenditori italiani. Niente volti noti, solo rappresentanti della piccola e media impresa, numerosi i costruttori. Tra loro c'era anche il leader di Forza Nuova Roberto Fiore (alcuni ambienti dell'estrema destra italiana hanno una certa fascinazione per la mistica sciita unita all'antisemitismo). Mi ha fatto una certa impressione - e l'ho anche detto ad alcuni imprenditori lì presenti - vedere Ahmadinejad osannato come una star da alcuni di loro. Applausi, ovazioni, spinte per avvicinarlo, calca per farsi fare una foto col telefonino accanto a lui. Entusiasmo da provinciali, scene imbarazzanti, che mi hanno ricordato le scene viste all'uscita dal carcere di Fabrizio Corona, con decine di ragazzine urlanti ansiose di farsi immortalare col loro eroe del momento.

Non discuto tanto la scelta di fare affari con l'Iran, con il quale c'è un volume di scambi da 6 miliardi di euro, quanto le autogiustificazioni addotte a sopportare un cinismo di cui noi italiani siamo campioni, ma del quale non riusciamo a sostenere il peso. Ad esempio, ho chiesto: ma non vi impressiona il contesto politico, il fare affari con un Paese guidato da un uomo che vuole cancellare un altro Paese dalla carta geografica? "Non me ne frega un cazzo, io faccio il mio mestiere", sarebbe stata una risposta ragionevolmente accettabile. Tutti mi hanno invece risposto cose tipo, ma io questi discorsi con le mie orecchie non li ho mai sentiti, i giornali esagerano... Lo dicevano con un certo imbarazzo, è vero, ma lo stesso mi hanno fatto un po' schifo.

Trapped

Bruce Springsteen - Trapped - Vancouver 2008

29/05/08

Repubblica, Chapeau a Bonini e D'Avanzo

Chapeau! Quando ce vo' ce vo'. Oggi Repubblica mette a segno un uno-due di grande valore ed effetto, dando un'altra picconata a quel muro invalicabile (ancora?) fatto di conformismo politicamente corretto, pigrizia, paraculaggine, asineria e calcolo personale, dietro il quale si ostina a bivaccare molta parte del giornalismo italiano. Un muro che pure Repubblica ha contribuito a erigere e del quale, in molte circostanze, i suoi effettivi si ergono ancora a implacabili Vopos. Gli autori dei bei colpi sono Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo, coppia ormai spaiata, che nel nuovo clima sbocciato dopo le elezioni di aprile, smesso il saio dell'antiberlusconismo a oltranza, sul cui altare si poteva sacrificare di tutto, dalla lotta al terrorismo al buonsenso, tirano fuori il meglio degli eccellenti professionisti che sono.

D'Avanzo, in un commento critico sull'intervento della magistratura napoletana nella vicenda rifiuti, intitolato 'L'eccezione napoletana', scrive tra l'altro: "L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza". E ancora: "Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla".

L'altro colpo d'eccezione è quello di Carlo Bonini che intervista l'uomo dell'aggressione al Pigneto ("Mi hanno chiamato nazista: ho il Che tatuato sul braccio"), che rivela che non di premeditata aggressione razzista si era trattato, ma più 'semplicemente' di un gesto di vendetta in seguito al presunto furto di un portafogli subito da una sua amica. Niente xenofobia, quindi, come si era affrettata a spiegare la Questura, ma più banale (e non per questo meno grave) violenza di periferia, per giunta a opera di un tizio che si dichiara "di sinistra". Storie di strade e quartieri dove certe faccende, soprattutto se il fisico lo consente, uno se le risolve da sé senza chiamare la polizia. Bonini smonta così il film che più o meno tutti avevano già scritto, dando per scontata la tesi che ormai a Roma, dopo la vittoria di Alemanno, sia pieno di neonazisti che vanno in giro a menare chi ha la pelle di un colore diverso dal bianco o non possa esibire un passaporto italiano doc.

Certo, poi a fare della dietrologia a tutti i costi c'è da ragionare sul perché, ad esempio, 'l'eccezionalità' che D'Avanzo riconosce (giustamente) alla situazione dei rifiuti a Napoli, non l'abbia riconosciuta pure, che so, alla 'rendition' di Abu Omar da parte della Cia e del Sismi di Niccolò Pollari. O perché, sempre ad esempio, abbia atteso così tanto tempo per prendere a sberle Travaglio e il suo modo di fare giornalismo, come è avvenuto qualche giorno fa.

Lasciamo da parte gli editori e i loro interessi, talora divergenti e talora convergenti con il potere politico del momento o il fatto che poi, alla fin fine, si tratta pur sempre di prodotti da vendere e se c'è domanda l'offerta si adegua e i grandi giornali, al pari di un qualunque smagato populista di destra o di sinistra, sanno annusare l'aria e piazzarsi di conseguenza. E non c'è dubbio che nella questione dei rifiuti a Napoli l'aria puzzi e convenga mettersi sopravvento, là dove sono il 90% degli italiani che approvano l'azione del governo sulla faccenda.
Idem si potrebbe dietrologizzare per il colpo di Bonini (già autore di un'esemplare smontatura del caso dei presunti pedofili di Rignano Flaminio): la sua curiosità dei fatti, che non si arrende alla verità accertata per equazione pavlovliana (uomo bianco picchia uomo di colore = razzismo = fascismo = Pdl), ma si sforza di guardare alla realtà, consapevole che la medesima potrebbe smontare le comode convinzioni altrui e forse anche le proprie. Ma chissenefrega della dietrologia e ancora una volta, chapeau! Veramente.

Il giornalismo, tra le tante cose, è anche una constatazione dei rapporti di forza. Puoi scrivere notizie fantastiche, accurate ed esclusive oppure clamorose puttanate e se lavori per un piccolo giornale, una media agenzia, un canale radio o TV con share infinitesimale, stare sicuro che non ti filerà nessuno, nel bene e nel male. Se scrivi per media che hanno peso, invece, puoi fare altrettanto e stare certo che tutto verrà preso per Vangelo. Spesso, soprattutto le puttanate. L'importante è esserne coscienti e non prendersi mai troppo sul serio.

Ps: Di questo passo, anche Vittorio Zucconi prima o poi scriverà che George W. Bush, in fondo, non è stato poi così male.

28/05/08

When the truth is found to be lies

Jefferson Airplane - Somebody to Love (Woodstock 1969)

27/05/08

Tolleranza Zero

In Sudan

Ladro di bici centrato da bazooka
Colpito da un lanciatore di granate a razzo Rpg. Il proprietario condannato per omicidio volontario


Non ha potuto appellarsi al concetto di legittima difesa il padrone di una bicicletta che, in Sudan, ha pensato bene di sventare il furto del suo mezzo utilizzando un bazooka. La vicenda è stata raccontata dal sito internet della tv saudita al Arabiya. Tutto è avvenuto nell’elegante quartiere residenziale di al Riad, nella capitale sudanese. Il ladro, a dir poco sfortunato, è saltato su una bici, come nel famoso film di Vittorio De Sica, ma ha trovato ben vigile il proprietario e, tra l’altro, in possesso di un’arma non proprio delle più comuni: un lanciatore di granate a razzo Rpg.

ESECUZIONE - A quanto racconta al Arabiya si sarebbe trattato di una vera e propria esecuzione. Quando l’irascibile ciclista ha premuto il grilletto, infatti, il ladro era ormai stato messo in fuga dai passanti. Il tutto è accaduto in pieno giorno. L’emittente riferisce che il giudice della prima sezione del Tribunale penale di Khartoum «ha ritenuto l’imputato colpevole di omicidio volontario» e non ha concesso l’attenuante della legittima difesa, in quanto «l’imputato era troppo distante dalla vittima al momento dello sparo». Il giudice, inoltre, non ha inteso concedere attenuanti neanche rispetto agli articoli di legge sulla difesa delle proprietà personali: «Il ladro aveva ormai abbandonato la refurtiva», quando è stato centrato in pieno e ucciso dal razzo, ha detto il magistrato. Il processo, che ha avuto luogo lunedì, è stato aggiornato «per permettere alla parte lesa di esporre le sue richieste dei danni, prima di emettere la sentenza»

27 maggio 2008 (Fonte: Corriere.it)

Sigle

C'è una certa casuale malizia nell'annunciare, all'indomani del pistolotto del cardinal Bagnasco, che i Cpt (Centri di permanenza temporanea) per gli immigrati clandestini diventeranno dei 'Cei' (Centri di identificazione ed espulsione) . Questo per rispondere a chi accusa il governo di farsi "dettare l'agenda dal Vaticano". Al massimo, ci si fa dettare le sigle.

23/05/08

Il nuovo 11/9 (ri)partirà dal Pakistan

C'è un rapporto dell'intelligence USA che circola in questi giorni e che dice, in sintesi, che il prossimo attacco terroristico in stile 11 settembre sul suolo americano partirà dalle basi di Al Qaeda presenti nelle aree tribali pakistane. Più o meno quello che accadde nel 2001. Sette anni, un'invasione dell'Afghanistan, migliaia di morti, centinaia di arresti e decine di miliardi di dollari e di euro dopo, siamo al punto di partenza. Ci si è tornati nel giro di pochi mesi e non per diretta responsabilità americana. Il cambio di regime a Islamabad, con la vittoria della coalizione anti-Musharraf e l'avvio di una politica di negoziati con alcuni dei capi talebani che detengono il potere nelle aree tribali, le stesse dove Al Qaeda ha ricostituito le proprie basi, ha dato un impulso decisivo al determinarsi di questa nuova (vecchia) situazione.


Mentre Al Qaeda arretra e perde sempre più consistenza in Iraq, le sue fila si ricompattano lì da dove l'attacco agli Usa e all'Occidente era partito. E' di ieri la notizia che il governo della provincia nord-occidentale del Pakistan ha firmato un accordo di pace con le tribù e i miliziani pro-talebani. In base all'accordo il governo ritirerà le proprie truppe dalla valle di Swat in cambio della fine degli attacchi e promessa da parte delle tribù di chiudere i campi di addestramento per miliziani e terroristi. Ai capi tribù filo talebani sarà anche consentito di imporre la legge della Sharia nelle aree da loro controllate. A nulla sono finora valse le proteste da parte degli Stati Uniti e della Nato che sostengono - a ragione - che accordi simili erano già stati adottati in passato, con l'unico risultato di dare ai talebani e ad Al Qaeda la possibilità di riorganizzarsi per poi colpire nuovamente.

Il governo di Islamabad, di fatto guidato dal vedovo di Benazir Bhutto, Azif Ali Zardari, sostiene che l'accordo di pace è l'unico modo per iniziare una politica diversa, fatta di aiuti economici e di sviluppo economico dell'area, unico modo per giungere ad una vera pacificazione e disinnescare le spinte terroristiche. Una sorta di dottrina Petraeus a metà, che è destinata al fallimento, mancando la metà che fa funzionare l'altra: l'uso determinato della forza contro un nemico in guerra.

Proprio il generale David Petraeus, da poco nominato a capo del Comando centrale americano, dal quale dipendono anche le operazioni in Afghanistan, ha annunciato al Comitato del Senato che sta vagliando la sua nomina, che il Pakistan sarà il primo Paese nel quale si recherà nella sua nuova veste. Allo stesso Comitato, Petraeus ha affermato di essere d'accordo con le conclusioni del rapporto di intelligence e di ritenere che Al Qaeda si sia ricostituita nelle aree tribali tra Pakistan e Afghanistan e che da lì partirà il prossimo attacco sul suolo americano. Petraeus ha anche sostenuto la necessità di continuare il sostegno alle autorità pakistane, "ancora in una fase di consolidamento" dopo le recenti elezioni e ancora in attesa di sviluppare una efficace strategia per combattere il terrorismo, che proprio negli ultimi mesi aveva raggiunto livelli insostenibili di violenza, come anche dimostrato dall'attentato che costò la vita a Benazir Bhutto. Petraeus ha poi rimandato ulteriori e definitive valutazioni al suo viaggio in Pakistan e all'incontro con il capo di Stato maggiore di Islamabad, il generale Kayani.

Il rischio, inconfessabile, è che i nuovi leader di Islamabad, Zardari in testa, per incapacità e per calcolo, non esitino a sacrificare la lotta contro al Al Qaeda e i suoi sostenitori talebani in cambio di una tregua sul fronte interno, lasciando così la minaccia terroristica libera di colpire al di fuori dei confini pakistani. Più o meno la stessa situazione antecedente l'11 settembre 2001.

20/05/08

La Questione Nomadi Secondo l'Europa

19/05/08

Stampelle

Adesso che il Campionato è finito come è finito, ci si può interrogare liberamente su una questione sulla quale molti si interrogano, ma che si rimandava a dopo per evitare il proverbiale "rischio di strumentalizzazioni".
La questione è questa. Le "stampelle" di cui si parla nelle famose intercettazioni Inter-Brescia (Domenico) secondo voi sono:

a) due ragazze molto alte e presumibilmente magre e altrettanto presumibilmente disposte a vendere il proprio corpo in cambio di denaro;
b) due grammi di un ben noto alcaloide la cui formula chimica è C17H21NO4, che generalmente si presenta sotto forma di cristalli bianchi, inodori e amari;
c) due appendiabiti.

Poi ragioniamo anche sugli "scatoloni" e le "camicie".




14/05/08

D'Avanzo-Travaglio, Cambiamenti Climatici

Il botta e risposta e ri-botta (e che botta) tra Giuseppe D'Avanzo e Marco Travaglio su Repubblica sulla vicenda Schifani è un clamoroso segno dei cambiamenti climatici in corso.

Al Gore è ancora in Italia? Gli si può chiedere un parere?

Ps: E' troppo bello, lo voglio immortalare sul Blog...: Da Repubblica di oggi a firma Giuseppe D'Avanzo: "8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei "cuscini". Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un'ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l'avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l'albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d'ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio".

Minchia!!!!!!!

13/05/08

Chi ha paura di George Soros? Epilogo

Qui, a parte il questurino Di Pietro, è tutto un mani tese e un 'ma si figuri', un 'che Dio mi aiuti' e un 'ma sì che l'aiuta'. Quindi - e questo è un bene finché dura- c'è poca ciccia da mordere. Mettiamo allora un po' di ketchup su altri scenari: il pallone.

Espongo: e se la mia amatissima As Roma vincesse domenica un insperato scudetto in virtù di un accordo che vuole le ricche e forti Milan e Juve (e forse anche la stessa Inter) voler premiare la signora Sensi per essersi tenacemente opposta (e egoisticamente, to say the least, ma tenersi la Roma per i Sensi era l'unico modo di rimanere a galla nonostante la pesante zavorra di debiti che si ritrovano) all'avvento di colui (Soros) che avrebbe potuto farci diventare finalmente grandissimi in Italia e nel mondo e di conseguenza ridimensionare le suddette squadre ricche e forti con conseguenze tipo la rinegoziazione dei diritti TV e cose simili?
Aho, sia ben chiaro, a me andrebbe bene anche così.

11/05/08

Libano: D'Alema, se ci sei batti un golpe

Non una parola che è una su quanto sta accadendo in Libano è stata proferita dal Migliore in questi giorni. Non una parola sul golpe messo in atto da Hezbollah, non una parola in difesa di Fouad Siniora, non una parola sul rischio che corrono le nostre truppe, inviate lì da lui, dal Migliore. Forse perché non ha più incarichi di governo, nemmeno in quello ombra. O forse perché stavolta non c'è da lanciare accuse a casaccio contro Israele. D'Alema, se ci sei batti un golpe.
Ps: ai deputati del PdL che nel sondaggetto del Foglio hanno detto di preferire come interlocutore D'Alema a Veltroni voglio dire solo una cosa: Veltroni, per quanto sballata, un'idea del mondo ce l'ha; D'Alema ha solo un'idea di se stesso. Sballata per giunta.

09/05/08

Easy (Like a Sunday Morning)

Easy Like Sunday Morning
as sung by Ruby Collins -
Thanks Ruby

08/05/08

Giuro di essere fedele alla Repubblica

Non so se è il caso di scrivere "Oggi è un buon giorno per l'Italia", in occasione del giuramento del nuovo governo Berlusconi. Non so se è il caso di scriverlo perché, quando lo scrisse Repubblica (non ricordo se lo scrisse Mauro, Scalfari o Serra o tutti e tre insieme) per celebrare una delle vittorie prodiane alle elezioni, andò come andò. Cioè male. Quindi, porta sfiga. Inoltre, la frase ricorda parecchio quell'"Oggi è un buon giorno per morire", con il quale il vecchio capo Sioux rassicurava il 'Piccolo grande uomo' Dustin Hoffman in quel bellissimo western degli anni '70. Eppoi, non so com'è, ma ho come l'impressione che il tratto dominante che ha finora accompagnato la vittoria di Berlusconi e del centrodestra sia stato, più che la rumorosa euforia, la composta soddisfazione. Sentimenti discreti, che in molti casi (a parte i Fuskas e gli imbecilli) hanno contraddistinto anche chi le elezioni le ha perse. Diverso il discorso per la vittoria di Alemanno a Roma, ma quella è, appunto, una storia diversa. Tornando a Berlusconi, il suo quarto governo appare ai più come un governo inevitabile, che farà cose inevitabilmente "dolorose", come ha detto lo stesso premier all'indomani della vittoria, ma non più rimandabili. Un governo possibilmente del realismo e del buonsenso, della dignità e della concretezza, dopo i due anni di irritante e folle assemblearismo che ci siamo appena lasciati alle spalle. C'è poco da sognare, insomma, i toni accesi e i sorrisoni e le pacche sulle spalle del 2001 sembrano lontani anni luce. Lo si vedeva anche oggi, nel salone del Quirinale, durante il giuramento. L'impressione che dava Berlusconi, copiando lo slogan di Mitterand, era quella di 'una forza tranquilla' e parecchio preoccupata. Se oggi sarà stato un buon giorno per l'Italia, e io me lo auguro, inizieremo a capirlo tra qualche mese e potremo giudicarlo pienamente solo tra cinque anni. Per il momento, mi sento di dire che oggi per l'Italia è stato un giorno necessario.

06/05/08

Errori di marketing

Non che ci fossero molti dubbi al riguardo, ma immancabile è arrivato il nuovo libro autobiografico (of course) del vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, che ci spiega e racconta il percorso che l'ha portato ad inserire il secondo nome 'Cristiano' tra il primo nome Magdi e il cognome Allam. Come da paginata sul Corriere di oggi apprendiamo che il titolo del libro è 'Grazie Gesù. La mia conversione dall'Islam al cattolicesimo" (Mondadori). Apprendiamo anche che il primo capitolo si intitola, come è logico, "Il mio battesimo", che il libro uscirà il 9 maggio e verrà presentato dall'autore alla Fiera del Libro di Torino l'11. L'unica considerazione che mi sento di fare sull'argomento è che da un punto di vista di marketing e comunicazione trovo che sarebbe stato molto più efficace mantenere riservata la vicenda della conversione e renderla pubblica in concomitanza con la presentazione del libro. Possibile che non ci abbia pensato?

Rock the Casbah


Usa: prende a pugni un cammello, arrestato 24enne

WASHINGTON, 6 mag. - Per una prova di coraggio con gli amici ha preso a pugni un povero cammello in un parco di divertimenti. La bravata gli e' costata pero' l'arresto. In manette un giovane di 24 anni, fermato dalla polizia nel parco di Vallejo, vicino Los Angeles. (Agr)

03/05/08

Robert Vesco è morto. Italiano. Forse

Robert Vesco, il finanziere, bancarottiere, trafficante di armi (tra l'altro) e uno dei più longevi fuggitivi della storia dell'Fbi è morto all'Avana per le conseguenze di un tumore ai polmoni. Forse. La sua morta sarebbe avvenuta lo scorso 23 novembre, all'età di 72 anni, ma la notizia resa nota solo in questi giorni, sebbene le autorità cubane non abbiano rilasciato alcun commento e quelle americane ammettano di non sapere nulla di certo. Il forse, quindi, è d'obbligo. 'Da Wall Stret alla Cuba di Castro', come recita il titolo della biografia scritta da Arthur Herzog, Robert Vesco, con quella faccia da gangster di un'altra epoca, più da Padrino che da Soprano, e quel cervello da criminale furbo e invincibile che si ritrovava, è stato il prototipo di dozzine di nostrani faccendieri da Prima e Seconda Repubblica, molti dei quali avrà pure incrociato in affari e divertimenti, nelle tante tappe caraibiche del suo esilio e della sua fuga. E proprio da cittadino italiano potrebbe essere morto Robert Vesco, visto che circola la voce, non confermata né smentita dalle autorità consolari italiane di Cuba, che Vesco chissà perché e chissà come avesse acquisito un passaporto italiano nel 2006. Alla Farnesina l'ultima parola. Sarebbe quantomeno imbarazzante venire associati ai tanti amici, protettori e soci in affari che Vesco potè vantare in oltre un trentennio di latitanza: dal presidente José Figueres del Costa Rica al regime sandinista del Nicaragua, dai narcotrafficanti colombiani, alla Libia di Gheddafi al regime castrista di Cuba.

'L'ascesa, la caduta e l'esilio del Re dei crimini finanziari', recita il titolo di un'altra biografia. Una ascesa iniziata a poco più di vent'anni, con l'acquisizione di una piccola azienda manifatturiera del New Jersey che navigava in cattive acque e fatta diventare da Vesco una holding milionaria. Poi la truffa ipermilionaria ai danni di tanti piccoli azionisti di un fondo di investimento di Wall Street che si erano affidati a lui per far fruttare i loro risparmi, poi ancora le fughe in centramerica, i tentativi di farsi amico Richard Nixon finanziando la sua campagna con 200mila dollari, ma anche di intrufolarsi nell'amministrazione Carter favorendo traffici di armi con la Libia e infine altre fughe, traffici di qualsiasi cosa potesse essere trafficata, esili più o meno dorati. Vesco era una delle bestie più nere dell'Fbi e il simbolo vivente - e questo non piace a nessuna polizia, meno che meno a quella americana - che il crimine molto spesso paga.
Vesco viveva a Cuba ormai da diversi anni, accolto da Fidel Castro che, a rigor di logica, avrebbe dovuto cacciare a calci nel sedere un personaggio simile che tanto evocava i gringos puttanieri dell'epoca di Batista, ma che non seppe resistere all'opportunità di fare un dispetto agli americani. E proprio a Cuba nel 1996 Vesco finì in galera, dopo aver architettato una truffa ai danni di un'azienda farmaceutica cubana, che coinvolgeva anche un nipote di Castro, Antonio Fraga, e il fratello Raul. Fu rilasciato di prigione nel 2005, senza aver scontato tutta la condanna, e negli ultimi anni si dice vivesse in maniera abbastanza modesta. Era ricercato dal 1971. Alcune foto viste dai cronisti del New York Times (questo il link all'articolo sulla sua morte) confermerebbero la malattia e la morte, avvenuta poco più di 5 mesi fa in un ospedale dell'Avana. Forse.

29/04/08

Once she said, "... Elvis is the only royalty I respect..."

Elvis Presley - Yesterday

28/04/08

Cose semplici

Anche questa è andata. Negli ultimi giorni era nell'aria, lo si intuiva anche senza guardare i sondaggi, ma semplicemente tenendo orecchie e occhi bene aperti. Ad ogni buca per strada, ad ogni autobus in ritardo o imbottigliato nel traffico, ad ogni muro imbrattato di graffiti, ad ogni scuola fatiscente, ad ogni strada sporca e male illuminata, ad ogni impiegato comunale poco efficiente e molto maleducato, ad ogni episodio di micro e macro criminalità, ad ogni segno di generale degrado, i romani si mostravano sempre più insofferenti alle parole di un candidato, Rutelli, che proponeva continuità con un'esperienza che aveva contribuito a produrre (in gran parte ignorandoli) i tanti problemi di cui sopra. Tant'è che alla fine s'è dovuto rispolverare il solito armamentario sciocco e demagogico dell'antifascismo militante, roba che non si vedeva più dai tempi della prima sfida Fini-Rutelli, contro un candidato che pure aveva rifiutato l'apparentamento con l'estrema destra romana. Il gioco era così spudorato, che alla fine si è rivelato controproducente, facendo apparire Alemanno, che pure non è un fiore di campo, come una vittima di un sistema di potere istericamente aggrappato ai propri privilegi. Primi dati alla mano, sembrerebbe che Alemanno abbia intercettato anche il voto di molti elettori di sinistra. Uno schiaffo in più per Rutelli. Come ha detto il neosindaco, si volta pagina. Governare Roma è difficilissimo, per certi versi anche inutile, ma pur sempre necessario. Tra due, al massimo tre settimane, i romani cominceranno ad accusare lui delle tante cose che non vanno. Inizi a governare dando subito dei segnali, cose semplici, di buon senso. Come sistemare un po' le strade, ripulire dalle cartacce i giardini pubblici, cancellare un po' di graffiti dai muri, magari multare chi li produce. Cose semplici, alle quali nessuno, ormai, si dedicava più. E' anche per questo che Veltroni e Rutelli hanno perso. In bocca al lupo.

Chi ha paura di George Soros?

Sul George Soros finanziere, filantropo, filosofo, ecc. ecc. abbiamo delle riserve. Dal suo ruolo nelle speculazioni sulla lira e sulla sterlina nel 1992, alle sue posizioni anti-Bush. Sul Soros possibile proprietario della As Roma abbiamo invece solo un'unica grande speranza. Qui c'è il link alla petizione online lanciata e sottoscritta (siamo a quota 14mila) da chi auspica e sostiene l'arrivo di Soros a Roma e nella Roma: http://www.petitiononline.com/soromas/petition.html FIRMATE!!!

22/04/08

Panze piene urne vuote

Definitiva, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l'analisi sociologica dei flussi elettorali realizzata da Consortium per Rai e SkyTg24. Tralasciando cifre, percentuali eccetera (trovate tutto al link http://it.wikinews.org/wiki/Elezioni_politiche_italiane_2008:_un'analisi_sociologica), dall'analisi esce la conferma di quanto s'era già annusato nei giorni scorsi con il metro empirico del buon senso. Vale a dire, come aveva ammonito Luca Ricolfi qualche tempo fa, l'Italia dei cosiddetti 'garantiti' ha votato per il Pd, mentre l'Italia dei cosiddetti 'non garantiti' ha votato in massa per il Pdl. A dispetto, insomma, dell'idea del Paese che si continua ad avere a sinistra, convinti che basti provenire da una tradizione lunga e per molti tratti (ormai lontani purtroppo) nobile per intercettare automaticamente il voto di chi aspira a una condizione sociale ed economica migliore. E invece, guarda un po', chi 'ha fame', ha votato a destra.
Parafrasando Nenni, panze piene e urne vuote.

18/04/08

Sull'intervento di Fuksas ieri ad Anno Zero

Ciao bello...!