
Più che il Sol dell'Avvenir, poté il petrolio (e i mutui subprime, e l'inflazione, e tutti i presunti mali della globalizzazione, eccetera eccetera). Il mondo torna a dividersi tra chi applaude al fondamentale monologo di Michael Douglas/Gordon Gekko in
'Wall Street' e chi invece invece lo ritiene un crimine contro l'umanità.
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Greed is Good", sentenziava a pieni polmoni Gekko dopo l'ennesima e vittoriosa Opa, annunciando dolorose ristrutturazioni societarie, senza incertezze né sensi di colpa, davanti a un'assemblea di supermanager via via più ostili e preoccupati e piccoli azionisti via via più convinti e fiduciosi.
L'Avidità (o l'ingordigia, o la cupidigia: nella traduzione italiana non si va al di là dei toni apocalittici da sette peccati capitali, ma in altre lingue 'greed' significa anche 'sete', 'voglia') è una cosa buona. E' il motore del capitalismo, è il presupposto per la creazione del profitto, quindi della ricchezza, ché se vuoi ridistribuirla, prima devi crearla. Chissà se Oliver Stone, genio moralista, aveva immaginato che il vero eroe del film, soprattutto grazie al monologo, alla fine sarebbe risultato Gordon, invece della coppia padre-figlio Martin-Charlie Sheen.
Con Martin che interpretava il maturo sindacalista di una compagnia aerea nel mirino di Gekko, di sani principi liberal e scarsa attitudine al profitto, di quelli che hanno mandato a picco tutte le compagnie aeree USA negli anni '80 e di cui pure è stracolma l'Alitalia. E Charlie giovane e aspirante rampante di Wall Street, che inizia col piglio di Matteo Cambi e scalata facendo si converte al veltronismo.
Il monologo, dicevamo, torna di moda sulla scia della contrapposizione in voga in questi ultimi tempi tra capitalismo buono e cattivo, tra chi, come Giulio Tremonti, denuncia gli 'speculatori' e chi invece risponde che, ai fini del capitalismo, e quindi a beneficio di noi tutti che in tale sistema viviamo (e manco malaccio in fondo), "Greed is Good".
Proprio sulla questione delle speculazioni sul petrolio denunciate da Tremonti (ma anche dal Congresso USA nel quale sono state presentate ben dieci proposte di legge anti speculazione) si è speso un paio di settimane fa
The Economist in un articolo intitolato
'Don’t blame the speculators'. L'autore ci spiega che chi sta puntando il dito contro gli speculatori, ritenuti i principali responsabili del vertiginoso aumento dei prezzi del greggio, in realtà sta cercando "una scusa". I futures e tutte le altre opzioni che scommettono sul prezzo futuro del petrolio, non avrebbero nessuna o poca influenza sul prezzo finale del greggio, essendo la moneta nella quale vengono effettuate queste transazioni, appunto moneta e non barili di petrolio. Non ci sarebbe quindi alcun limite alla quantità di scommesse che possono essere fatte e, poiché nessun barile di petrolio viene trattenuto dal mercato in virtù di queste scommesse, esse influenzano il prezzo finale alla stessa stregua di quanto le scommesse su una partita di calcio ne influenzino il risultato.
Gli speculatori, continua il settimanale britannico, svolgono un ruolo importante nello stabilire il prezzo del petrolio e di altre materie prime, ma lo fanno in base alle loro aspettative sulle future tendenze di domanda e offerta, non basandosi su capricci. Se fossero in qualche modo riusciti a spingere i prezzi del petrolio a livelli insostenibili, la domanda avrebbe subito una forte contrazione, lasciando enormi quantità di petrolio invendute. E questo non accade.
Nonostante la loro pessima reputazione, conclude l'Economist, chi specula sul petrolio svolge in realtà un servizio vitale, consentendo alle linee aeree e ad altri grandi consumatori di petrolio, di prevedere e quindi proteggersi dall'aumento dei prezzi. Allo stesso tempo, gli speculatori consentono ai produttori di petrolio di prevedere i ricavi futuri e quindi pianificare con maggiore fiducia gli investimenti e accedere in maniera più conveniente al credito. E questo, a lungo termine, dovrebbe aiutare il ribasso dei prezzi. Al contrario, è probabile che ogni tentativo di fermare la speculazione renda la vita più difficile alle aziende e faccia diventare il petrolio ancora più caro.
Sempre della questione 'Greed is Good', sì o no, declinata in un articolo di Andrew Ferguson dal titolo
'Self-Interest is Bad?', si scrive nell'ultimo numero del
The Weekly Standard. Ferguson se la prende con la mania dei due candidati alla presidenza USA, Obama e McCain, di fare continuamente appello nei loro discorsi agli elettori (ha iniziato McCain e Obama ovviamente ha copiato) alla retorica dell''impegno in una causa superiore, che vada al di là del semplice interesse personale". Sia Obama che McCain, scrive Ferguson, nel lanciare il loro appello allo spirito di servizio e all'altruismo disinteressato degli elettori, criticano anche la scelta di Bush (ormai un punching-ball di default per chiunque voglia strappare un facile applauso) di invitare gli americani ad "andare a fare shopping" all'indomani dell''11 settembre.
Ora, dico io, tutti quelli che hanno onestà intellettuale capiscono che l'appello di Bush agli americani, 'Go shopping', fatto con le macerie delle Torri Gemelle ancora fumanti, aveva la funzione di rassicurare, ristabilire un senso di normalità e impedire un brusco stop dei consumi (e quindi dell'economia) indotto dalla paura della gente di uscire per strada. Entrambi i candidati alla presidenza ci tengono a far sapere che in quella circostanza, loro non avrebbero invitato gli americani ad andare a fare shopping, ma gli avrebbero bensì "chiamati al dovere". Insomma, se fosse capitato a loro, Obama e McCain avrebbero chiesto ai loro compatrioti di andare a spalare a mani nude Ground Zero, oppure di comprarsi un biglietto aereo per Kabul per andare a prendere a calci in culo Osama e il Mullah Omar.
La risposta a questa retorica dello 'spirito di servizio' la dà Ferguson, domandandosi: "Che c'è di male nel perseguire il proprio interesse? E' sicuramente vero che gli americani perseguono il proprio interesse personale e questa è una buona cosa. Entrambi i candidati presidenziali sono uomini ricchi. McCain attraverso il suo matrimonio con l'ereditiera di un impero della birra e Obama attraverso i soldi guadagnati con i suoi libri. Ma nessuno dei due sembra comprendere il funzionamento della prosperità collettiva. Il capitalismo democratico considera l'interesse personale degli esseri umani come un dono e lo organizza e convoglia in modo che esso funzioni a beneficio di tutti. Senza interesse personale non ci sarebbe distribuzione di birra o negozi di liquori, nessuna casa editrice o nessuna libreria e sia Obama che McCain sarebbero enormemente, e letteralmente, assai più poveri".
Insomma, aveva ragione Gordon Gekko.